Utero in affitto: come funziona il business illegale in Italia

di Gina Lo Piparo

La legge italiana non consente la maternità surrogata, eppure sempre più coppie vi ricorrono recandosi all’estero. Ecco alcuni dettagli di un business sempre più florido.

Utero in affitto: il business fiorisce in Europa e porta spesso ad onerosi viaggi della speranza per coloro che vogliono avvalersene ma non possono farlo nella propria nazione d’origine.  È il caso degli Italiani: la legge non consente a nessuno di cedere il proprio figlio a qualcun altro e, in caso di adozione, deve essere rispettato un iter lungo e complesso.

Ma procediamo per ordine. Come funzioni la maternità surrogata è noto; in gioco ci sono due parti le quali si accordano affinché un bambino venga al mondo e sia affidato ad una coppia che altrimenti non avrebbe potuto averlo. Dietro compenso o a titolo gratuito, una donna dunque accetta di farsi fecondare o di farsi impiantare un ovulo già fecondato e di portare avanti una gravidanza, rinunciando ad ogni diritto sul bambino che, una volta nato, sarà dato ai committenti.

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La cosiddetta madre surrogata, quindi, può essere la madre biologica del nascituro come  no; stessa cosa vale per i committenti, che possono avere un legame biologico col bambino o meno. In alcuni casi, infatti, si può ricorrere ad un ovulo proveniente da un’altra donna, che viene impiantato nella surrogata, o al seme di un uomo diverso dal committente. Le delicate operazioni sono seguite da un ente specializzato, che collabora sia con cliniche che con studi legali al fine di curare non solo la parte squisitamente medica ma anche quella giuridica.

Provita e Famiglia ha pubblicato, ad esempio, il modello di un contratto-tipo stipulato in California, il quale si apre con la rinuncia da parte della madre surrogata ad ogni diritto genitoriale e con l’accettazione  dell’obbligo a diversi test medici e psicologici. Seguono poi i termini del pagamento e le spese rimborsabili, quali, ad esempio, quelle per l’abbigliamento, per gli spostamenti necessari alle visite mediche o per compensare i salari persi in caso di complicazioni.

I committenti talvolta  sono anch’essi tenuti a visite psicologiche che ne dimostrino l’idoneità; inoltre, possono avvalersi di tutta una serie di diritti nei confronti della madre surrogata:  le clausole spesso riguardano la dieta,  la pratica di esercizio fisico, la vita sessuale e altri aspetti dello stile di vita della donna. Alcuni desiderano che si segua un regime alimentare particolare, come quello vegano; altri che non si abbiano rapporti sessuali o che si abbiano solamente con un partner approvato dagli stessi committenti.

Vi è poi, solitamente, la clausola sull’aborto, che prevede che i committenti possano avvalersi di tale soluzione entro le 18 settimane anche senza addurre alcuna spiegazione. I committenti possono decidere di interrompere la gravidanza in caso di malformazioni, anomalie genetiche e, in alcuni casi, anche sulla base del sesso del nascituro. Possono eliminare gli embrioni in sovrannumero, prima della ventesima settimana. Sono loro a dettare legge, insomma.

Annullato anche un eventuale testamento biologico: in caso di disgrazia, i committenti potranno tenere in vita la surrogata, qualora la gravidanza sia al secondo o al terzo trimestre, in vista del benessere del bambino. Solo dopo il parto, il marito o i parenti prossimi della donna potranno decidere sul da farsi.

Se la surrogata dovesse venir meno agli accordi, sono naturalmente previste delle sanzioni: la restituzione delle somme già percepite, l’assunzione delle responsabilità per eventuali danni scaturiti dalla violazione, il risarcimento dei costi della fecondazione artificiale, e molto altro ancora.

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Attualmente in Italia, la pratica dell’utero in affitto è vietata: la legge n. 40/2004, Norme in materia di procreazione medicalmente assistita, vieta  all’art. 12 comma 1 e 2 la surrogazione di maternità e al comma 6 ogni realizzazione, organizzazione o pubblicizzazione della pratica. La pena prevede la reclusione da 3 mesi a 2 anni e una multa da 600 mila a un milione di euro. Ciò che dunque sempre più spesso avviene è che molte coppie vadano nei Paesi che consentono la pratica e poi tornino chiedendo semplicemente la trascrizione dell’atto di nascita nei registri dello Stato civile italiano.

Ma chi sono le coppie che ricorrono all’utero in affitto? Gestlife, uno dei più noti studi legali che si occupa di mettere in comunicazione gli aspiranti genitori con le strutture site all’estero (soprattutto in Russia, Ucraina e Usa), è contattata da circa cinquecento persone ogni anno, di cui circa duecento intraprendono il percorso. In più della metà dei casi si tratta di coppie eterosessuali, circa il 45% omosessuali, molti meno i single: «Gli italiani che si rivolgono ogni anno “solo” a Gestlife sono un centinaio – ha dichiarato uno dei consulenti, protetto dall’anonimato -, certo non tutti intraprendono il percorso. Ma proprio a inizio febbraio è nato il primo bimbo italiano del 2019».

Centinaia di coppie si recano altrove per avere un figlio, dunque; meta più gettonata l’Ucraina. Diversi comuni hanno trascritto i certificati di nascita rilasciati all’estero, ma una recente sentenza emessa dalla Corte di Cassazione stabilisce che «Non può essere trascritto in Italia il provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante ricorso alla maternità surrogata e il genitore d’intenzione italiano». La dignità umana della gestante e l’istituto dell’adozione sono i valori primari da tutelare: «La tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull’interesse del minore, nell’ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici quali l’adozione in casi particolari (art. 44, 4° comma, lett. D, L. n. 184/1983)».

La pratica della maternità surrogata, d’altronde, lascia intravedere lo spettro della mercificazione del corpo femminile alla pari di un qualsiasi mezzo per guadagnarsi da vivere: ogni Stato ha le proprie leggi a disciplinare la pratica, ma in alcuni paesi, in Asia ad esempio, si tratta un vero e proprio business intrapreso da molte donne per necessità economiche.

Inoltre, accanto ai Paesi dove l’utero in affitto è lecito a determinate condizioni (Grecia, Gran Bretagna, Olanda, Albania, Polonia, Russia, Stati Uniti e Ucraina), esistono nazioni ove non vi è alcuna regolamentazione esplicita, come in Belgio e la Repubblica Ceca, ad esempio. I costi non sono poi elemento da trascurare: in linea di massima, nei paesi dell’est Europa sono più bassi di quelli di USA o Canada, tanto che in uno stato come l’Ucraina ci si può aggirare attorno ai 29 mila euro, mentre in America si parte dai 100 mila euro circa.

Gina Lo Piparo

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