Politica

L’Unione Europea non è un’istituzione democratica

Con una recente sentenza la Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha certificato definitivamente la vera natura di questa artificiosa creazione politica nemica del popolo e dei popoli.

La decisione rappresenta un vero schiaffo per tutti gli ingenui illusi che sbandieravano l’Unione come un’istituzione «democratica», «vicina ai cittadini», e «attenta alle istanze dei paesi membri e dei loro singoli abitanti». Vediamo nel dettaglio cosa è accaduto.

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre 2009, al fine di favorire la partecipazione democratica dei cittadini alle politiche europee, prevede che almeno un milione di cittadini europei provenienti da almeno sette Stati dell’UE possano avanzare richieste alla Commissione esecutiva affinché questa promuova atti giuridici conformi alla istanza dei cittadini.

Il principio è rimasto lettera morta fino a quando non è intervenuto un apposito Regolamento (211/2011) entrato in vigore il 1 aprile 2012 e annunciato al mondo interno, a suon di fanfara, come la prova provata della natura democratica dell’Unione.

Alla faccia di tutti gli euroscettici che continuavano a denunciare la natura oppressiva e totalitaria delle istituzioni europee. Ora grazie all’ICE (diritto di Iniziativa dei Cittadini Europei) si sarebbe finalmente raggiunto l’obiettivo di «avvicinare i cittadini all’Europa» e di arrestare la crescente disaffezione verso di essa.

In un comunicato stampa ufficiale della Commissione si era arrivati a definire l’ICE un «potente strumento nelle mani dei cittadini». Il Parlamento europeo ha salutato questo istituto come «il primo vero strumento di partecipazione transnazionale di democrazia capace di consentire ai cittadini di trattare direttamente con le istituzioni dell’Unione».

Diego López Garrido, rappresentante della presidenza del Consiglio UE, dichiarò che l’ICE avrebbe dato «una voce pubblica ai cittadini consentendo loro di partecipare direttamente alla vita dell’Unione». Anche il nostro Carlo Casini non lesinò elogi verso quello strumento nei confronti del quale nutriva, evidentemente speranze ed aspettative. Arrivò a dire che l’ICE avrebbe finalmente «colmato il deficit di democrazia dell’Unione» e «avrebbe contribuito alla realizzazione di un vero popolo europeo».

Cito Casini, tra i tanti, proprio perché la prima iniziativa promossa attraverso l’ICE in Europa è stata la nota campagna pro-life denominata “Uno di Noi” avente per oggetto la «protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e dell’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento nelle aree di competenza UE nelle quali tale protezione risulti rilevante».

L’iniziativa raccoglie 2 milioni di firme, esattamente il doppio di quelle necessarie; costa ai promotori circa 150 mila euro; coinvolge migliaia di volontari (5.000 solo in Italia); implica la nomina un rappresentante in almeno sette stati membri; impegna i volontari di tutti i 28 stati membri per un tempo quantificato in 17 milioni di minuti. Nonostante tutto ciò, e nonostante il tanto strombazzato Regolamento 211/2011, la Commissione europea, però, nel maggio 2014 ha di fatto rifiutato di prendere in considerazione la richiesta dei cittadini.

Il passo successivo è stato il ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea per ottenere l’annullamento della decisione della Commissione. La Corte, ça va sans dire, ha respinto il ricorso e quindi ha impedito sostanzialmente un dibatto vero e proprio nel Parlamento Europeo sull’ICE. Il fulcro della motivazione ruota attorno all’idea che il monopolio della iniziativa legislativa nell’Unione Europea spetti alla Commissione e non ai cittadini. Incredibile, ma qualcuno si illudeva davvero del contrario, arrivando addirittura a credere a quando dice o scrive l’Europa.

Sette irriducibili eroi hanno deciso di impugnare la decisione davanti alla Sezione Grande della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che il 19 dicembre 2019, confermando la decisione di primo grado, ha semplicemente posto fine alla vicenda e all’idea che la stessa Unione possa configurare qualcosa di diverso da quello che è: un’arcigna e arrogante istituzione che nutre un profondo disprezzo per il popolo e i popoli. Il punto n. 56 di quella sentenza è un capolavoro d’ipocrisia al limite della presa per i fondelli.

Dopo aver ribadito che il sistema di democrazia rappresentativa in Europa «è stato completato, ad opera del Trattato di Lisbona, mediante strumenti di democrazia partecipativa, come il meccanismo dell’ICE, i quali hanno come obiettivo di favorire la partecipazione dei cittadini al processo democratico e di promuovere il dialogo tra i cittadini e le istituzioni dell’Unione», arriva la “supercazzola” giuridica in pieno stile burocratese. Merita di essere riportata integralmente: «Tale obiettivo si inscrive nell’equilibrio istituzionale preesistente e si esercita nei limiti delle attribuzioni che sono conferite a ciascuna istituzione dell’Unione dai Trattati, dovendosi considerare che gli autori di questi ultimi non hanno inteso, con l’instaurazione di tale meccanismo, privare la Commissione del potere di iniziativa legislativa che le è riconosciuto dall’articolo 17 TUE».

Tradotto: i cittadini possono pure divertirsi a presentare le ICE che desiderano ma, ad onta di quanto prevedono trattati e regolamenti, la Commissione può comunque infischiarsene bellamente e fare ciò che vuole. In pratica, tutte le ampollose affermazioni sulla necessità di «colmare il deficit di democrazia dell’UE», di «avvicinare i cittadini alle istituzioni europee», di «dare una voce pubblica agli stessi cittadini», di «consentire una partecipazione diretta», di «creare finalmente un popolo europeo», sono andate tranquillamente a farsi benedire. Tra le grasse risate dei burocrati massoni che hanno dato al popolo stupito e in attesa di una spiegazione la stessa celeberrima risposta del Marchese del Grillo nell’omonimo film di Monicelli.

Qualcuno, come il sottoscritto, ritiene che non v’era bisogno della sentenza 19.12.2019 nella causa C‑418/18 P per riconoscere il volto totalitario e antidemocratico di questa Europa. Speriamo almeno che gli ultimi ingenui illusi si possano finalmente ricredere e che alle nostre orecchie vengano risparmiati gli inutili sermoni sulla necessità di avvicinamento dei cittadini a queste istituzioni totalitarie e irriformabili. L’Unione Europea è un’artificiosa costruzione barocca per sua stessa natura destinata a segnare una distanza siderale con i cittadini degli stati membri.

Ha ragione Paul Daimond, uno dei due avvocati difensori dei promotori dell’iniziativa, quando dice che «l’Unione Europea continuerà ad essere governata com’è sempre stato, ossia dalle due grandi potenze di Germania e Francia, e dai soliti “arranging meeting” tra rappresentati delle lobby che contano e membri influenti della Commissione, – quelli che normalmente si tengono nei ristoranti più raffinati e cari di Bruxelles –, senza neppure considerare il popolo bue, che deve semplicemente chinare la testa e pagare, coi soldi che il fisco gli spreme, il mantenimento di un carrozzone tanto inutile quanto costoso». E sì, Paul ha proprio ragione.

Gira in questi giorni una battuta: la Gran Bretagna pagherà 40 miliardi per spezzare le catene e liberarsi dell’Europa; l’Italia pagherà 124 miliardi per restare incatenata e pure con un cappio al collo (MES). Mi pare renda molto bene l’idea della trappola in cui siamo finiti e dalla quale occorrerebbe uscire il prima possibile. Ammesso di poter trovare uno Spartaco che abbia il coraggio di ribellarsi e la capacità di fondere il ferro delle catene, come fece, nel 73 d.C., il celebre gladiatore trace dopo la battaglia del Vesuvio.

Gianfranco Amato

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