Svizzera: omofobia punita come il razzismo

di Gina Lo Piparo

Con 1.413,609 voti favorevoli la Svizzera ha approvato la nuova legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. La maggioranza del 63% ha sancito che in terra elvetica le pene già previste per il razzismo, la discriminazione e l’incitamento all’odio per cause religiose siano estese a colpire anche chi si macchia del reato di omofobia.

La vittoria proviene per lo più dalle regioni e dalle zone urbane di lingua francese e italiana, mentre il 36,9% dei voti sfavorevoli (esattamente 827.361) si registrano per lo più in aree rurali della Svizzera centrale e orientale.

«Oggi non sono solo i diritti di lesbiche, omosessuali e bisessuali ad essere rafforzati, ma quelli di tutte le minoranze», ha dichiarato la co-presidente dell’Organizzazione svizzera delle lesbiche, Salome Zimmermann, citata dall’agenzia di stampa svizzera Keystone-Ats.

Gli attivisti della comunità Lgbt hanno affermato che continueranno a lottare i matrimoni omosessuali, argomento che il mese prossimo sarà discusso in Parlamento.

«L’odio e la discriminazione non hanno più posto nel nostro Paese», ha commentato il parlamentare socialista Mathias Reynard, che aveva depositato per la prima volta la legge nel 2013; nel 2018 il  Parlamento aveva dato la sua approvazione e adesso il referendum l’ha ulteriormente confermata. Le pene previste comprendono la detenzione fino a 3 anni o una sanzione pecuniaria.

La norma di fatto punisce le pubbliche offese e le discriminazioni legate all’orientamento sessuale di un individuo, nonché ogni atteggiamento di incitamento all’odio, che sia verbale, scritto, veicolato attraverso le immagini o i gesti. Tuttavia, l’ambito familiare e quello amicale sarebbero esclusi dal suo raggio d’azione, mentre ristoranti, trasporti, cinema o alberghi non potranno vietare l’ingresso a nessuno per ragioni legate al suo orientamento sessuale.

Mentre il governo e la maggior parte dei partiti avevano dato pieno appoggio alla proposta, i conservatori l’avevano osteggiata, considerandola una potenziale censura, nonché una limitazione della libertà di espressione e di coscienza.

«Continueremo a difendere i valori cristiani», ha dichiarato Hans Moser, presidente dell’Unione democratica federale che, insieme alla sezione Giovani dell’Unione democratica di Centro, fa parte del comitato promotore del referendum.

La votazione svizzera è stata acclamata come segno di civiltà da mezzo mondo, ma non manca chi espone le sue perplessità. Come spesso in questi casi avviene, infatti, il nodo spinoso della questione non è tanto quello relativo alla discriminazione dei membri della comunità Lgbt – cosa che dovrebbe essere avversata da tutti -, ma piuttosto quello di una libertà d’espressione i cui limiti sono sempre meno chiari.

«D’altra parte, il nocciolo della questione, alla fine, è sempre quello: affermare e difendere il primato della famiglia naturale è forse un atto ‘omofobo’? E se sì, perché mai? E con le persone di tendenze omosessuali che asseriscono quello stesso primato, come la mettiamo?», si chiede, in Italia, ProVita e Famiglia.

Oltretutto, stando ai dati raccolti in 32 dei 35 Stati degli Usa che hanno adottato, per via legislativa o giudiziaria, forme di tutela per le unioni omosessuali, la ricerca condotta da D. Mark Anderson dell’Università del Montana, Kyutaro Matsuzawa e Joseph J. Sabia dell’Università di San Diego, ha dimostrato che a tali misure non corrisponderebbe poi una effettiva riduzione dei fenomeni discriminatori contro i quali si lotta.

«Abbiamo trovato ben poche prove del fatto che la legalizzazione delle unioni gay abbia ridotto il bullismo tra i giovani che si identificano come Lgbt», hanno concluso i tre docenti.

«Se le legislazioni contro l’omofobia e pro nozze gay – si chiede ProVita e Famiglia – non offrono garanzie circa il miglioramento delle condizioni sociali e personali dei soggetti che dovrebbe favorire, che fine hanno? La risposta è chiara: rivoluzionare l’ordine valoriale della società – a scapito del diritto naturale -, mettendo a tacere come ‘omofobi’ quanti, semplicemente, osano far richiamo, anche su questi temi, al caro vecchio buon senso».

Si tratta di punti sui quali riflettere, poiché approvare una legge non è un gioco, tanto più quando si parla di diritti inalienabili dell’essere umano, quali quello d’espressione, di credo, di coscienza. Qual è il limite tra una dichiarazione, un gesto, un atto, omofobo e uno che non lo è? Chi ha il compito di esprimere tale giudizio? E se per tutelare qualcuno si finisse poi col discriminare qualcun altro?

Temi complessi ma che vanno certamente analizzati, soprattutto in previsione del fatto che anche la nostra nazione si appresta a legiferare sul tema.

 

 

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