Cronaca

Sigaretta elettronica: scoperta la sostanza dannosa che fa ammalare

Si tratta di un olio derivato dalla vitamina E contenuto nei campioni di marijuana analizzati. L’uso dell’e-cig, comunque, resta una pratica da non prendere assolutamente sottogamba.

(di Gina Lo Piparo) La sua diffusione si è allargata a macchia d’olio, complice l’idea di una certa sicurezza nel suo uso. Tuttavia, dalla morte della prima vittima ufficiale della sigaretta elettronica il 23 agosto in Illinois, la scia delle vittime dell’e-cig non si è affatto arrestata, anzi.

Accanto al decesso di Maddie Nelson, diciottenne dello Utah finita in coma per una polmonite eosinofila acuta, e quella di un uomo dell’Oregon, che aveva svapato prodotti contenenti cannabis, sono ben 215 i  casi registrati dai Centri di controllo delle malattie in 25 stati americani, tutti ricollegabili all’utilizzo della sigaretta elettronica.

Tosse, respiro corto, affaticamento e in qualche caso vomito e diarrea: tra preoccupazioni e numerose perplessità verso quella che sembra una vera e propria epidemia, pare che le indagini delle autorità americane stiano ora approdando a certezze maggiori. A quanto riferito dal Washington Post, infatti, nei campioni di marijuana di cui hanno fatto uso coloro che si sono ammalati è stata rinvenuta la stessa sostanza chimica, un olio derivato dalla vitamina E, la cosiddetta vitamina E acetato.

A quanto pare, la sostanza diverrebbe nociva quando inalata, poiché andrebbe a rivestire le pareti polmonari, ma non lo sarebbe quando ingerita in integratori o applicata sulla pelle.

Sul Journal of Clinical Investigation, invece, è apparso uno studio condotto dai ricercatori dello Baylor College of Medicine che ha dimostrato quanto l’uso della sigaretta elettronica non sia comunque una pratica da sottovalutare. L’esperimento, condotto su dei topi, ha dimostrato che l’esposizione continua ai vapori inficia la normale funzione polmonare, rendendo anche  le cellule immunitarie dei polmoni meno capaci nel contrastare le infezioni virali. È importante sottolineare che queste difformità sono state osservate durante l’esposizione ai vapori senza nicotina e dovrebbero, quindi, condurre a indagini più approfondite sugli effetti che i solventi considerati sicuri potrebbero avere anche sull’essere umano.

Naturalmente i risultati devono essere correttamente interpretati, come ha spiegato Francesco Cognetti, presidente della Fondazione Insieme contro il Cancro e direttore di Oncologia Medica 1 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma:

«Il primo errore da non commettere è generalizzare, etichettando con lo stesso nome prodotti piuttosto diversi. Ci sono molte differenze nelle e-cig in commercio in termini di composizione e temperatura di vaporizzazione. In particolare, alcune contengono nicotina, altre no. In entrambi i casi, il vapore inalato comprende tante sostanze come glicoli, aldeidi, VOCs, idrocarburi policiclici aromatici, nitrosamine, metalli che sono note per essere tossiche».

Si tratta di elementi che meritano attenzione, soprattutto se si considera la crescente attrazione delle nuove generazioni verso l’e-cig: ne fanno uso oltre 3 milioni di adolescenti in età scolare e circa 10 milioni di adulti negli USA, secondo quanto dichiarato da Kheradmand, docente di medicina al Baylor College of Medicine tra gli autori dello studio.

Inoltre, secondo lo studio promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e condotto da Youth Tobacco Survey su 180 paesi circa l’uso del tabacco tra i giovanissimi, nella nostra nazione molti ragazzini di 10 anni ne fanno già uso, mentre 1 ragazzo su 5 tra i 13 e i 15 anni è un fumatore. L’uso dell’e-cig è raddoppiato negli ultimi quattro anni.

Gina Lo Piparo

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