Secondo Comandamento: Non nominare il nome di Dio invano

di Filippa Tagliarino

«Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano».

Del suddetto comandamento, ciascun credente non ne sente il fardello, quasi a sentirsene prosciolto, poiché presume vi sia un unico senso riconducibile alla bestemmia. Tuttavia,  il significato dimostra un concetto più ampio e profondo.

Come già affrontato in precedenza, il decalogo nasce da una storia di liberazione che l’uomo interiorizza mediante la scelta di servire l’unico vero Dio. E, il secondo comandamento, insieme al primo e alla premessa, dove si riassume l’amore di Dio verso l’uomo, dimostra ancora una volta quanto l’Eterno tenga a rafforzare la relazione in un intreccio di fedeltà.

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Dio insiste sulla connessione, in una dipendenza fondata sull’autenticità della promessa. Di fatto, quasi è lui stesso a raccomandare l’uomo di non farsi carico del nome di Dio invano, appropriandosi di una responsabilità che, talvolta, non si accetta fino in fondo. Le false relazioni non piacciono a nessuno né tantomeno a Dio e se l’uomo ha paura di mettersi in gioco, quindi, dimostra un’ipocrisia che, in contrasto all’autenticità, lo farà vivere in un rapporto senza passione. Tirare in ballo il nome di Colui che È, nella sommità di quel nome impronunciabile indegnamente, infama quella relazione d’amore instaurata con tanto zelo e impegno.

Il nome del Signore è Sacro, pertanto deve essere pronunciato con fede, devozione e riconoscenza. In questo modo si ha il pieno diritto di pronunciarne la rinomanza, per essere collocati in quella giusta relazione che a Dio piace e che tanto desidera intraprendere con ogni individuo.

N.B.: Secondo la tradizione ebraica originale è il 3° (seguendo il testo dell’Esodo); secondo la tradizione cattolica (seguendo il testo del Deuteronomio) è il 2°.

Filippa Tagliarino

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