Cultura & Scienze

Schiavi dello smartphone: una dipendenza in aumento nel mondo

La relazione tra social e utenti diventa sempre più drammatica: la dipendenza patologica è ormai un dato di fatto in tutto il mondo.

 È figlia dei nostri tempi, il che non deve spingerci a non riconoscerla come patologia né tanto meno ad ignorarla. La dipendenza da smartphone e social network  miete sempre più vittime in tutto il mondo e le sue conseguenze possono essere pericolose sia per chi ne è affetto che per chi lo circonda. Secondo l’ultimo rapporto Agi-Censis, la gran parte degli utenti internet dichiara di essere online anche prima di dormire (77,7%) e subito dopo la sveglia (63,0%); il 61,7% utilizza i dispositivi anche a letto (tra i giovani si arriva al 79,7%) e il 34,1% a tavola (la percentuale sale al 49,7% fra i giovani). Il 22,7% degli utenti ha spesso la sensazione di essere dipendente da internet e l’11,7% dichiara di vivere con ansia la mancanza di connessione. Per l’11,2% inoltre l’utilizzo della rete è fonte di collisioni con i propri familiari.

I disturbi legati ad un eccessivo uso di Internet sono stati ormai variamente catalogati: sindrome da iperconnessione, no mobile fobia (paura di rimanere senza connessione mobile), Fomo (“fear of missing out”, cioè di essere tagliati fuori dalle reti social), vamping (stare tutta la notte in chat), hikikomori (uso esagerato della rete che porta a condotte di ritiro sociale). E ancora, cyberbullismo, sexting e sextortion, gioco d’azzardo online compulsivo, narcisismo digitale e phubbing (tendenza a ignorare gli altri perché immersi nel proprio cellulare).

La no mobile fobia, o nomofobia, in particolare, consiste nella paura sproporzionata di rimanere fuori dalla rete mobile, al punto da sperimentare effetti fisici collaterali simili a quelli di un attacco di panico: mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico, nausea.

I più colpiti sono i giovani tra i 18 e i 25 anni, spesso con un background di scarsa autostima e difficoltà nelle relazioni sociali a tal punto da sentire il costante bisogno di essere connessi agli altri, seppur virtualmente. Già nel 2014 Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, ricercatori presso l’Università di Genova, avevano proposto di inserire la patologia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Che la questione non sia di poco conto lo dimostrano le sempre più numerose ricerche condotte sul fenomeno, nonché i dati che questi lavori hanno portato alla luce.

Secondo l’ente di ricerca britannico YouGov  più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni vanno a dormire col telefono e il 53% degli utenti di telefonia mobile tende a manifestare stati d’ansia quando resta a corto di batteria, di credito, senza copertura di rete oppure senza il cellulare. Addirittura uno studio elaborato da Morningside Recovery, centro di riabilitazione mentale di Newport Beach, ha mostrato che circa i 2/3 della popolazione americana sono affetti da nomofobia. Molti raggiungono stati di agitazione incontrollata se si rendono conto di non possedere il proprio cellulare.

Intanto, in Italia è nato da qualche mese a Milano il “Digital life coaching”, il primo servizio nella nostra nazione di disintossicazione da computer e smartphone, su iniziativa della sede milanese di Cerba Healt Care, gruppo internazionale dedicato alla diagnostica ambulatoriale. Le parole della psicologa Maria Rosaria Montemurro rendono conto dell’ampiezza del fenomeno: “Abbiamo sia il bambino che dipende da videogiochi piuttosto che dai social network sia adulti. Nel momento in cui arriva un ragazzino facciamo dei colloqui anche con i genitori. Le sindromi con le quali abbiamo maggiormente a che fare sono l’hikikomori, la dipendenza da social network, il Fomo e per quanto riguarda gli adulti molto tecno-stress il controllo compulsivo della casella di posta elettronica”. Guarire è possibile: “Usiamo le psicoterapie che si incentrano sulla desensibilizzazione del sintomo e poi ci concentriamo sull’ansia, sulle problematiche relative al sonno. Facciamo un lavoro di rete anche con gli altri medici: laddove si manifestano problemi di altro genere c’è l’invio ai medici del caso”.

Gina Lo Piparo

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