Pastori decapitati e chiese bruciate, in Etiopia si rischiano “atrocità di massa”

di VoceControCorrente

In Etiopia sono stati decapitati due pastori e più di 30 chiese sono state attaccate, metà delle quali date alle fiamme dal luglio 2018.

Due pastori sono stati decapitati a Sedeba, vicino alla capitale etiope Addis Abeba, lo scorso ottobre.

L’assassinio brutale di questi pastori, come riportato su Infochretienne.com, fa parte dell’esacerbazione della violenza in Etiopia, in particolare nella regione di Oroma. Lì sta accadendo che spesso si scontrano le forze dell’ordine con gli oppositori dell’attuale governo. Secondo il Guardian (giornale britannico), questa sarebbe la peggiore crisi del mandato del primo ministro Abiy Ahmed Ali, recentemente insignito del premio Nobel per la pace, in un paese ‘a mosaico’, composto da nove regioni costruite su criteri etnici.

Fisseha Tekle, ricercatore di Amnesty International, teme «atrocità di massa» quando parla della situazione di Adama, una città di 300mila abitanti nel sud-est della capitale.

«Adama è un melting pot di gruppi etnici e religiosi etiopi, con molti gruppi diversi. Questi episodi di violenza basati sulla religione e sull’etnia possono, quindi, essere molto pericolosi. Può essere l’inizio di atrocità di massa».

Da luglio 2018, secondo quanto riferito dall’Amhara Professionals Union, più di 30 chiese sono state attaccate e metà di esse sono state bruciate.

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Abiy Ahmed Ali

Elias Gebreselassie, giornalista di Addis Abeba, parla di una «bomba a orologeria».

Tewodrose Tirfe dell’Amhara Association of America ha aggiunto che gli incendi nelle chiese potrebbero essere un «enorme contrattempo per la pace» e potrebbero «condurre a un nuovo conflitto».

«I seguaci etiopi delle tre religioni abramitiche – ha aggiunto – hanno vissuto in pace fianco a fianco per secoli. Se gli incendi delle chiese continueranno e se i cristiani si vendicheranno, ciò costituirà una grande battuta d’arresto per la pace e ciò alla fine potrebbe portare a un nuovo conflitto con conseguente spostamento di milioni di altri etiopi. L’Etiopia non può permettersi un conflitto religioso in un momento in cui è in questione la sua stessa sopravvivenza».

Secondo Tirfe il primo ministro Abiy Ahmed «non ha affrontato il problema degli incendi delle chiese né ha presentato piani per proteggere le chiese e i cristiani nelle aree in cui vengono attaccati. Non dovrebbe tacere: controllare la situazione è una priorità».

Quasi 70 persone sono già state uccise in questi giorni durante gli scontri tra oppositori governativi e le forze dell’ordine.

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