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Palermo, casa di cura per anziani ha sbarrato l’ingresso al coronavirus

Le pratiche tempestive di una clinica palermitana hanno messo al sicuro la vita di 79 pazienti.

Abbiamo assistito, nei giorni scorsi, alla spietatezza con cui il coronavirus si sia scagliato contro l’età più cagionevole. Intere case di cura contagiate hanno destato la preoccupazione di coloro che, in queste claustrali abitazioni, hanno un parente caro, un nonno, un padre, un fratello.

Se il devastante virus ha avuto la meglio in molte strutture sanitarie, ecco che in una clinica di Palermo ha trovato le porte sbarrate, risultando una nicchia fortunata in tempi di angoscia.

Ieri, 21 aprile, il Poliambulatorio dell’Asp ha comunicato che la struttura siciliana, l’Istituto Geriatrico gestito dal gruppo Sereni Orizzonti, ha superato la temibile prova dei tamponi al Covid-19, risultando negativi 79 pazienti e 112 lavoratori.

Di certo, nel fortuito caso ha influito una tempestiva pratica di prevenzione e meticolosità, difatti, già a partire dallo scorso 24 febbraio, la struttura ha ristretto gradualmente l’ingresso ad estranei mettendo in sicurezza i degenti.

In questo momento di pandemia, la paura è ciò che congiunge operatori della sanità, parenti e malati, ognuno vivendola dalla propria prospettiva. I dipendenti avranno a cuore coloro che lasciano in casa, ma trovano il tempo per dimenticare momentaneamente l’atmosfera tesa dell’edificio sanitario, ma chi vive e subisce costantemente il timore di diventare preda perfetta è sicuramente il ricoverato, consapevole della propria vulnerabilità:

«Guardando ogni giorno la TV ci rendiamo conto del pericolo a cui andiamo incontro. Molte cliniche sono diventate veri e propri focolai, la paura non mi ha permesso di dormire per giorni e le mie giornate erano segnate dalle lacrime. Pregavo, chiedevo a Dio di proteggere me e tutti coloro che risiedono nella struttura. Aver fatto il tampone e sapere che nessuno ha contratto questo virus,oggi, mi ha permesso di tornare a dormire e soprattutto non dimentico di ringraziare Dio», questa la testimonianza di una residente, Maurizia.

L’assenza di affetto dei familiari è sicuramente una delle cose più dolorose per un paziente ricoverato. L’isolamento forzato mette a dura prova anche i caratteri più appartati. Ma l’essere anziano e malato necessita di un assiduo affetto e di una totale rassicurazione, colmati di certo dalla buona volontà del personale sanitario, ma insostituibili.

Le famiglie, oltre quelle mura invalicabili, oltre alla distanza, devono fare anche i conti con una rassegnata coscienza, ben certi che la fragilità di una vita attempata difficilmente riuscirebbe a sconfiggere un virus così inesorabile e micidiale.

Eugenia, però, che in quella struttura ha il proprio padre, Pietro, nonostante conosca le gravi condizioni in cui riversa, non ha mai dubitato dell’operato del personale:

«Molto prima che si dichiarasse lo stato di emergenza il mio pensiero è andato a mio padre, già in una condizione fortemente compromessa. Ma la mia paura non era razionale, poiché ero certa che la stessa professionalità che mi ha convinta a ricoverare mio padre, sarebbe stata messa in atto in questo momento di emergenza. Ho sempre avuto una completa fiducia, data dalla responsabilità che ho sempre rilevato nell’accudire i pazienti. Nonostante senta la mancanza di mio padre so che è in buone mani, e il risultato del tampone ne è la prova».

La straordinarietà del caso merita sicuramente un plauso, regalando quel necessario spiraglio tra le poche speranze finora riscontrate.

Filippa Tagliarino

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