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Pakistan, cristiana rapita, stuprata e costretta alle nozze con l’aguzzino

Nonostante la denuncia della giovane, fuggita da mesi di reclusione, la polizia tarda persino a registrare le sue dichiarazioni

Rapita, stuprata, costretta alla conversione e al matrimonio. La terribile storia che, a soli 16 anni, Sheeza Maqsood porta sulle spalle non è purtroppo un caso isolato in Pakistan, dove spesso le giovani cristiane vengono costrette ad abbandonare la propria fede e sposare l’aguzzino di turno. Nel suo caso, poi, le denunce non sono ancora servite a nulla: la polizia mostra reticenze nel procedere contro i criminali che l’hanno sequestrata e costretta alle nozze.

Rapita, stuprata e costretta alle nozze

Secondo quanto riportato da Inside Over, l’episodio è accaduto il 28 settembre in Pakistan, nel distretto di Faisalabad, nella provincia del Punjab orientale.

Sheeza Maqsood è stata rapita mentre si trovava in casa con la madre e la sorellina di 12 anni, poco prima di andare a letto.”Erano circa le 10 di sera – ha raccontato la madre della giovane all’agenzia Asia News– quando un certo Tallah Haider, insieme ai suoi amici, è entrato in casa con una pistola in mano. Ha minacciato di ucciderci se avessimo gridato e hanno trascinato a forza Sheeza con loro”.

Le donne erano sole, gli uomini di casa erano a lavoro. Unica opposizione agli aggressori un pianto disperato, che ha spinto gli uomini a picchiarle selvaggiamente. Quando i vicini sono accorsi in aiuto, Sheeza era già stata portata via.

“Io piangevo e gridavo aiuto, ma non c’era nessuno a salvarmi”, ha raccontato in seguito la ragazza alla polizia. Condotta dai tre sequestratori -Tallah, Salman e Nomi – in una casa desolata, Sheeza  è stata stuprata.

“Dopo tre giorni mi hanno condotto ad una moschea e sotto la minaccia delle loro pistole, mi hanno costretto a convertirmi all’islam – prosegue la ragazza -. Subito dopo mi hanno portato al tribunale [islamico], dove un Molana [dottore coranico] e un avvocato ci aspettavano. Mi hanno chiesto di mettere la mia impronta digitale su dei documenti, in cui si affermava che sposavo Tallah volontariamente. Se non avessi accettato, avrebbero ucciso mio padre e i miei fratelli. Al tribunale erano presenti anche Rubina Bibi, Halima Bibi e la madre di Tallah. Al mio rifiuto, hanno cominciato tutti a picchiarmi e a costringermi a mettere la mia impronta sui documenti. La paura delle loro botte e il timore per la sorte di mio padre e dei miei fratelli, mi ha costretto ad accettare“.

Pakistan, la polizia non registra ancora la denuncia 

Le nozze, tuttavia, non hanno posto fine all’orrore. Al villaggio di Roshanwala, la sedicenne ha vissuto reclusa, oggetto di continui stupri per circa un mese e mezzo. Ogni tentativo di fuga si è rivelato vano, fino a che, un giorno d’inizio novembre, Tallah non ha dimenticato il cellulare in camera e Sheeza ha potuto subito contattare il fratello  e spiegargli dove si trovava. 

Sheeza Maqsood è così tornata a casa e chiede adesso giustizia. Tuttavia, la vicenda non pare ancora terminata. Come ha dichiarato all’Ansa Baba Intizar Gill, leader della comunità cristiana coinvolto nel caso, “dopo 72 ore la polizia non ha ancora registrato la denuncia contro i rapitori”. 

Oltre il danno la beffa, verrebbe da dire, ricordando che situazioni di questo tipo non sono purtroppo rare in Pakistan e probabilmente proliferano anche per la scarsa efficacia della giustizia nel perseguirle.

 

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