Cronaca

Nino Di Matteo: “Dietrofront di Bonafede. I boss non mi volevano a capo del Dap”

Botta e risposta tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della giustizia Alfonso Bonafede durante la puntata di «Non è L'Arena» andata in onda su La7 ieri sera

Duro scontro tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della giustizia e parlamentare del Movimento Cinque Stelle, Alfonso Bonafede.

Ieri sera, entrambi sono intervenuti telefonicamente nel corso della trasmissione televisiva «Non è l’Arena» in onda su La7 e condotta da Massimo Giletti.

L’oggetto dell’accesa diatriba? La mancata assegnazione della guida del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) al giudice Di Matteo, dopo delle intercettazioni di alcuni dialoghi tra alcuni boss detenuti al 41bis (carcere duro), i quali si dimostravano preoccupati per la possibile nomina del giudice palermitano.

«Venni raggiunto da una telefonata del ministro – ha raccontato Di Matteo – che mi chiese se ero disponibile ad accettare l’incarico di capo del Dap o in alternativa quello di direttore generale degli Affari penali, il posto che fu di Falcone. Io chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Nel frattempo alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura antimafia e anche al Dap avevano descritto la reazione di importantissimi capi mafia… Andai a trovare il ministro dicendo che avevo deciso di accettare l’incarico al Dap, ma improvvisamente il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano deciso di nominare il dottor Basentini (dimesso la settimana scorsa dopo le polemiche riguardanti la scarcerazione di numerosi boss e sostituito dal magistrato siciliano Dino Petralia). Ci aveva ripensato o forse qualcuno lo aveva indotto a ripensarci».

Da qui la replica di Bonafede. «Rimango veramente esterrefatto – ha replicato il ministro – nell’apprendere che viene data un’informazione grave nella misura in cui si lascia trapelare un fatto assolutamente sbagliato e cioè che sarei arretrato dalla mia scelta di proporre al dottor Di Matteo un ruolo importante all’interno del ministero perché avrei saputo di intercettazioni. Di Matteo lo stimo, ma dobbiamo distinguere i fatti dalle percezioni, perché dire che agli italiani che lo stato sta arretrano rispetto alla lotta mafia è un fatto grave. Non sto chiamando – ha proseguito il ministro – né per difendermi né per dare chiarimenti, io metto davanti i fatti perché nei miei quasi due anni da ministro ho portato avanti solo leggi scomode, che mi fanno vivere sotto scorta, ho firmato 686 atti per il 41 bis. La questione – ricostruisce Bonafede – è molto semplice: io ho chiamato il dottor Di Matteo per la stima che ho nei suoi confronti, parlandogli della possibilità di fargli ricoprire uno dei due ruoli, o capo del Dap o direttore degli Affari penali, dicendogli che era mia intenzione farlo scegliere praticamente a lui, anche se ne avremmo parlato insieme. Nella stessa telefonata Di Matteo mi chiarisce che c’erano state nelle carceri delle intercettazioni nelle quali i detenuti avrebbero espresso la loro contrarietà alla sua nomina al Dap: credo abbiano detto ‘facimmo ammuina».

«Non sono uno stupido – ha continuato il Guardasigilli – sapevo chi è Di Matteo, sapevo chi stavo per scegliere, e tra l’altro l’altro quella intercettazione era già stata pubblicata e sono intercettazioni di cui il ministro dispone perché le fa la polizia penitenziaria. Il fatto che il giorno dopo avrei ritrattato quella proposta in virtù di non so quale paura sopravvenuta non sta né in cielo né in terra. E’ una percezione del dottor Di Matteo. Quando lui è venuto al ministero gli ho detto che tra i due ruoli per me sarebbe stato molto più importante quello di direttore degli Affari penali perché era molto piu’ di frontiera nella lotta alla mafia. Quindi non gli ho proposto un ruolo minore nella lotta alla mafia. E a me sinceramente era sembrato che alla fine dell’incontro fossimo d’accordo».

Le affermazioni di Bonafede sono state protamente seguite dalle parole di Di Matteo.

«Io oggi non ho fatto interpretazioni – ha replicato Di Matteo – ma ho raccontato dei fatti precisi e li confermo. Preciso che non si trattava di una sola intercettazione, ma in piu’ sezioni di 41 bis c’erano state dichiarazioni fatte ostentatamente dai detenuti che, gridando da un piano all’altro, dissero che ‘se e arriva Di Matteo questo butta la chiave’. Mi pare che il ministro abbia confermato i fatti, io non do interpretazioni».

LE REAZIONI DELLA POLITICA

Sulla vicenda sono intervenuti i parlamentari leghisti Giulia Bongiorno, Nicola Molteni,Jacopo Morrone e Andrea Ostellari. «Rivolte, evasioni, detenuti morti, agenti feriti, migliaia di delinquenti usciti dal carcere, boss tornati a casa e il capo del Dap sostituito: come se non bastasse tutto questo, ora arrivano le parole di un magistrato come Nino Di Matteo in diretta tv- hanno commentato i parlamentari della Lega-È vero che non è stato messo alla guida del Dap perché sgradito ai mafiosi? In ogni caso- aggiungono- anche senza le parole di Di Matteo, Bonafede dovrebbe andarsene in fretta per i troppi scandali ed errori».

«O Bonafede si dimette o faremo le barricate – ha tuonato in merito la deputata palermitana di Fratelli d’Italia, Carolina Varchi – Le accuse del dottor Di Matteo sono state molto gravi ed io avrei voluto la certezza che, nelle istituzioni, nessuno si lasci intimidire da quello che ascolta nelle intercettazioni captate in carcere. Purtroppo l’intervento del ministro Bonafede ha lasciato tutti noi nello sconforto e nel dubbio che effettivamente la mancata nomina del dottor Di Matteo sia conseguenza del contenuto di quelle intercettazioni».

«Dopo le parole di Nino Di Matteo da Giletti a ‘Non è l’arena’- scrive in tweet la capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini – Alfonso Bonafede venga immediatamente in Parlamento. Le gravissime accuse del pm non possono cadere nel vuoto: o Di Matteo lascia la magistratura o Bonafede lascia il ministero della Giustizia».

Gabriele Giovanni Vernengo

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Gabriele Giovanni Vernengo

Classe 94', amante della cultura e dell'arte. Fermo nei propri valori e nella sua fede cristiana, porta avanti il proprio talento tramite la poesia e il giornalismo, definite da lui stesso come «missioni» e/o « vocazioni».

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