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MES: cos’è, i rischi e perché se ne sta parlando tanto

Proviamo a fare luce sul Meccanismo Europeo di Stabilità.

Quest’oggi proveremo a fare luce sul “MES”, un argomento che in questi giorni sta facendo notizia pur se la maggior parte dei TG nazionali continuano a rimanere concentrati sul coronavirus.

Il MES sta finalmente guadagnando considerazione anche tra la maggior parte dell’opinione pubblica fino a ieri divisa tra chi ne sconosceva l’esistenza, e chi non prestava interesse per via della sua origine farraginosa e troppo fiscale, tanto da mettere l’uno contro l’altro perfino i gruppi parlamentari di mezza Europa a cui è affidato il compito di gestire questo delicato argomento che in verità dovrebbe destare l’interesse di ogni cittadino europeo.

Con quest’articolo proveremo ad appassionarvi al MES e capire cosa esattamente sta succedendo.
Ma andiamo per ordine; per prima cosa tocca fare un veloce ripasso per i lettori che non hanno ancora chiaro cos’è il MES.

Il MES nonché l’acronimo di “Meccanismo Europeo di Stabilità”, è nato nel 2012 come riforma europea “avendo il principale compito di aiutare i paesi membri dell’Unione Europea che fossero in difficoltà economica”. Ecco perché in questo periodo di forte crisi se ne parla tanto.

Il MES è gestito da un’organizzazione “intergovernativa” che rappresenta gli stessi paesi membri che condividono l’euro come moneta.

Capire da dove provengono i fondi per aiutare i paesi membri in difficoltà è molto semplice. Il fondo del MES è infatti originato in modo proporzionale dalle quote che versa ogni stato membro. Più alto è il PIL di un paese, più questo parteciperà a versare una quota nel fondo del MES.

Nel caso in cui uno stato membro si trovi poi in difficoltà, o nel caso le difficoltà di un paese possano arrecare conseguenze anche ad altri paesi, si può ricorrere a questo fondo per affrontare una qualsiasi crisi economica.
I paesi aventi diritto sono: Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda, Belgio, Grecia, Austria, Portogallo, Finlandia, Irlanda, Slovacchia, Slovenia, Lussemburgo, Cipro, Estonia e Malta.

Fra questi, la Germania che è il paese più popolato d’Europa, è anche il paese con il PIL più alto, di conseguenza è il primo paese a contribuire al fondo del MES, seguita da Francia e Italia.

Detta così, il MES sembra alquanto semplice e meritevole, ma per capire se può piacerci davvero dobbiamo prima constatare “il rovescio della medaglia”.

Gli Stati che possono essere aiutati dal MES, devono infatti rispettare alcune condizioni.
Come prima cosa, anche se ogni Stato ha contribuito alla creazione del fondo, in caso di richiesta d’aiuto, si è sottoposti a tassi di commissione che possono essere fissi o variabili.

Sì, perché l’aiuto dato dal MES altro non è che un prestito a tutti gli effetti.

Questo vuol dire che i soldi che ogni stato ha versato, trattandosi tra l’altro di soldi generati dalle tasse dei contribuenti di tutta Europa, sono soldi che potranno essere riutilizzati solo pagando degli interessi. Tra l’altro, per poter accedere a quest’aiuto economico, viene prima valutata la situazione finanziaria dello Stato che richiede il prestito, come fosse un qualunque cittadino che richiede un prestito, dovendo quindi dimostrare la capacità di poter restituire il debito.

Per tale motivo uno Stato che richiede aiuto al MES, deve siglare un accordo preliminare che include un piano di “riforme” consigliate da attuare all’interno della propria nazione, la cui applicazione sarà sorvegliata da un comitato della Commissione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, che definiranno anche il fabbisogno finanziario di quel paese. E’ proprio qui che nascono le polemiche contro il MES.

Sì, perché il piano di riforme del MES, altro non è che un insieme di manovre “imposte” ma necessarie per ridurre la spesa pubblica e risollevare le casse dello Stato, permettendo così di restituire il prestito (più interessi) nei tempi stabiliti.

Una magnifica strategia se non fosse che a piangerne le spese sarebbe per la maggior parte la popolazione dello Stato aiutato. Le riforme consigliate prevedrebbero per lo più “taglio sulle pensioni”, “abbassamento della flessibilità sul lavoro”, “diminuzione di assunzioni pubbliche”, “programmazione di nuove tasse”, e tanti altri impicci simili.

Nel raro caso in cui alla guida vi fosse un governo coscienzioso che preferirebbe non gravare sul popolo, le alternative del MES prevedrebbero di battere sugli “investitori privati”, ovvero coloro che vantano un credito con lo Stato. Questi dovrebbero “pacificamente” rinunciare solo ad una parte dei loro profitti.

Se questa idea potrebbe sembrare il male minore, col tempo il rischio sarebbe di non trovare più investitori disposti a fare affari con lo Stato, se non alzando di molto le offerte in fase di contrattazione per avere dei guadagni adeguati ai loro investimenti. In quel caso lo Stato si ritroverebbe di nuovo al punto di partenza ed il MES potrebbe far richiedere la più penosa delle azioni.

Nel caso in cui uno Stato aiutato non dovesse rispettare le inderogabili scadenze, non potrebbe esercitare il proprio diritto di voto per l’intera durata dell’inadempienza laddove vi fossero sedute formali, e scatterebbe oltre che una sanzione, il rischio di risanare il debito tramite i conti correnti dei principali risparmiatori, facendo fare al popolo il garante dello Stato.

Ciliegina sulla torta, è che l’operato del MES non può essere perseguibile in nessuna forma giuridica, in quanto questo organismo e chi lo rappresenta gode d’immunità, oltre che di inviolabilità degli atti e dei documenti ufficiali, in quanto solo un collegio di cinque revisori nominato dallo stesso fondo ha accesso ai libri contabili e alle singole transazioni del MES.

È purtroppo chiaro che la nobile forma d’aiuto che prevede il MES non sembra considerare però la qualità di vita del popolo soccorso, ed ecco perché ogni singolo cittadino europeo dovrebbe avere il doveroso interesse di comprendere gli sviluppi del MES.

Più che un compromesso tra le parti politiche, si tratta di un sacrificio del popolo, dove ad oggi paesi come la Grecia, Cipro, il Portogallo e l’Irlanda si sono avvalsi dell’aiuto del MES, ma la realtà appena esposta scoraggia molti altri paesi membri timorosi di perdere la propria autogestione.

L’aspetto confortante, è che deve essere lo Stato in difficoltà ad avanzare l’istanza d’intesa per richiedere l’aiuto, anche se per ufficializzare l’intesa occorre l’unanimità di tutti gli Stati membri del MES.
Da qui il perché molti parlamentari diffidenti, definiscono il MES più che il “Fondo salva stati”, il «Fondo ammazza stati».

Alla luce di quanto esposto, pur se il MES è nato con l’obiettivo di rafforzare la moneta unica e fondere il sistema bancario dell’Eurozona, e pur se il MES agisca in stretta coesione con l’Unione Europea, sembrerebbe però che queste due istituzioni seguano due distinti percorsi, in quanto entrambe pendono verso finalità completamente opposte.

La prima, apparendo con le sembianze di un nobile eroe, sembra più che speculi sulle disgrazie altrui. La seconda, affaticandosi per mantenere l’unità di una moltitudine di popoli, lingue e culture differenti, sembra però obliare ai bisogni principali.

Per tornare ai giorni nostri in cui il coronavirus reo d’aver innescato simultaneamente una crisi sanitaria ed economica, ha portato il MES a guadagnare la luce dei riflettori perché considerato uno dei pochi strumenti capaci per soccorrere le finanze di nazioni che sono in gravi difficoltà.

L’Italia come qualsiasi altro paese membro dell’Unione Europea, sta chiedendo aiuto al MES per affrontare la crisi generata dal CODIV-19, chiedendo che le linee di credito erogate dal MES vengano concesse senza accordi che impongono riforme precauzionali o impopolari.

Il dilemma, è che alcune simulazioni effettuate, dimostrano che 10 Stati su 19 dell’Eurozona, tra cui anche l’Italia, fino a prima dell’epidemia non erano in grado di soddisfare le condizioni per avere accesso al fondo del MES se non attraverso drastiche riforme per l’intero paese.

Con l’emergenza del coronavirus in corso, le condizioni dei vari paesi sono peggiorate, ragion per cui le riforme cautelative per accedere al fondo del MES oggi potrebbero essere ancora più sfavorevoli.

Nonostante ciò, sarà per le mille pressioni fatte dagli Stati membri, o sarà per la risonanza mediatica che il MES sta avendo in questi giorni, o per l’emergenza creata dal coronavirus, fatto sta che il MES ha accettato pur se solo in parte le richieste.

I recentissimi interventi offrono ai paesi membri che vorranno ricorrere al MES, la possibilità di un’assistenza finanziaria che non prevede particolari condizioni ma solo per fronteggiare le spese sanitarie legate al Covid-19.
Per l’accesso ad un aiuto più ampio, il MES manterrà una serie di condizioni da dover accettare.

Il “Premier Conte” non ha ancora accettato l’offerta, e rimane il dubbio da dove arriveranno i soldi per affrontare la crisi, pur se molti parlamentari italiani lamentano che davanti ad un’emergenza come quella in cui ci troviamo, dove dal 1989 ad oggi l’Italia ha versato all’Europa 140 miliardi, è assurdo dover ricorrere ad un sistema di strozzinaggio legalizzato, e volutamente creato ad arte dai predecessori.

In conclusione, il MES rappresenta la soluzione ad un problema che non porta ad un risultato, ma che crea una procedura che porterà ogni paese membro a degli effetti differenti, e che una volta avviata non si potrà più tornare indietro.

Come qualcuno ha già espresso, la cosa certa è che il MES è uno strumento idoneo per affrontare una crisi, “ma non per affrontare il futuro”.

Luca Trovato

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