Luciani, eletto Papa: condannato a morte

di David Gramiccioli

Agosto 1978. Mentre il mondo politico è sconvolto dalla morte di Aldo Moro, la chiesa piange Paolo VI. Suo successore fu papa Luciani, morto dopo soli 33 giorni di pontificato.

Molti esperti vaticanisti, che avevano scartato ogni possibilità d’elezione di Luciani, subito dopo lo chiamarono “il Papa sconosciuto”. In ogni caso egli era conosciuto abbastanza bene da novantanove cardinali che avevano affidato a quell’uomo, senza precedenti diplomatici ed esperienza curiale, il futuro della Chiesa. Molti cardinali curiali erano stati sconfitti.

In pratica, l’intera Curia era stata sconfitta, almeno così sembrava, a favore di un uomo tranquillo ed umile che aveva subito espresso il desiderio di essere chiamato pastore anziché pontefice. Le aspirazioni di Luciani divennero ben presto chiare: una rivoluzione totale. Era deciso a riportare la Chiesa alle sue origini, un ritorno alla semplicità, l’onestà, gli ideali e le aspirazioni di Gesù Cristo. Altri prima di lui avevano accarezzato lo stesso sogno, ma alla fine si erano resi conto che la realtà delle cose era ben diversa. Come poteva quest’uomo piccolo e modesto realizzare anche solo l’inizio delle trasformazioni sia materiali che spirituali che si richiedevano? In molti sostennero che la sua eliminazione fu un’esecuzione chiara e grossolana, ma in pochissimi seppero invece leggere il capolavoro “massonico” che segnò la sua elezione a Papa.

Ma procediamo per ordine e nella lettura di quanto segue fissiamo un punto imprescindibile: niente succede per caso nella storia. I fatti avvengono nel rispetto di ordini ben precisi e la spiegazione degli eventi non necessita quasi mai delle parole che rappresentano quel superfluo che piace alla gente, chi governa il mondo non parla, manda messaggi.

Siamo nell’agosto del 1978, il mondo politico è ancora sconvolto dalla morte di Aldo Moro, mentre la chiesa piange la morte del suo pontefice Paolo VI. Monsignor Montini fu durante la Seconda Guerra Mondiale non solo una delle figure più potenti del Vaticano, ma anche un informatore sul ruolino dell’OSS, l’organizzazione da cui dopo poco nacque la CIA.

Mise a disposizione del capo dello spionaggio americano, il famigerato Donovan, tutti i rapporti provenienti dalla rete vaticana d’informazioni, una delle migliori del mondo. Diocesi per diocesi, parrocchia per parrocchia, convento per convento. Per i russi Paolo VI era anche il numero due dell’intelligence vaticana, dominata dai gesuiti. Ampiamente provata l’attivitá di informatore privilegiato dell’Oss e poi della CIA e dei rapporti stretti prima con Donovan e poi con il successore Colby. Un vero e proprio ‘agente di influenza’ di alto livello. Documentato anche l’attivismo della CIA per far eleggere papa Montini, il quartier generale dell’intelligence americana era proprio all’interno del conclave, seppero della sua elezione ancor prima della fumata bianca. Fatto Papa, sotto di lui si consolidò un sistema di alleanze tra alti livelli massonici e curia romana.

Il giornalista Pecorelli pubblicò un documento che elencava in logge massoniche 15 tra i più potenti prelati vaticani. Tra questi il “gorilla”, come veniva chiamato il famigerato Monsignor Marcinkus. L’ ‘amerikano’ capo dello IOR che entra da protagonista oscuro nella vicenda dell’omicidio Calvi, negli scandali di Sindona, nei rapporti con la Banda della Magliana, nel riciclaggio dei soldi della Mafia. L’uomo che integra lo IOR con la finanza nera americana e con la P2. E chi è quest’uomo così privo di scrupoli e così potente? Un ex assistente proprio di Monsignor Montini, che crea, cura e protegge la sua splendida carriera criminale. Appena fatto Papa, lo tira fuori dalle polverose stanze della segreteria di Stato, lo promuove Vescovo, e poi ne fa il potentissimo presidente dello IOR: il suo “braccio operativo” sempre disponibile a qualsiasi operazione di potere.

In quegli anni così burrascosi ecco spuntare però dall’interno del clero, dalle alte sfere ecclesiastiche, un uomo esile, apparentemente dimesso e fragile, che inizia a fare la guerra proprio al cardinal Paul Marcinkus il potentissimo presidente dell’IOR, è il neo cardinale Albino Luciani bellunese di Canale d’Agordo.

All’origine del dissidio tra Luciani (e più in generale tra tutti vescovi del Triveneto) e Marcinkus ci sarebbe stata una decisione presa nel 1972, quando lo IOR aveva venduto ricevendone in cambio 45 milioni di dollari il 37% delle azioni della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano che con questo passaggio – realizzato attraverso la Centrale Finanziaria – aveva acquisito la maggioranza relativa della banca. Il principale motivo di screzio tuttavia si era verificato all’inizio del 1973, quando Luciani aveva cercato di salvare il Banco San Marco, piccolo istituto di credito nato a Venezia alla fine dell’Ottocento su iniziativa dell’Opera dei Congressi per procurare «cauto e profittevole impiego ai capitali» nonché «contribuire all’incremento delle Opere Cattoliche».

Dopo essere stato coinvolto nel crack finanziario dello «scandalo Marzollo» del 1971, il Banco San Marco si era scontrato con l’Ambrosiano. Il grande vaticanista Benny Lai, nel suo libro I segreti del Vaticano da Pio XII a Papa Wojtyla, appunta una confidenza del cardinale Egidio Vagnozzi: «Mi hanno detto che Luciani non ama Marcinkus, il quale ha venduto la Banca Cattolica del Veneto cui facevano capo i vescovi della regione. E quando è venuto a Roma per protestare Marcinkus lo ha trattato in maniera strafottente».

Il cardinal Vagnozzi era l’intestatario dell’appartamento in via Massimi a Roma, dove secondo l’ultima commissione parlamentare Moro, l’allora presidente della Democrazia Cristiana venne tenuto prigioniero nei primissimi giorni dopo il rapimento del 16 marzo del 1978 di Via Fani, tra l’altro vicinissima a Via Massimi. Più che del cardinal Vagnozzi quell’appartamento risultò a tutti gli effetti una proprietà dell’IOR. La visione che Luciani aveva della chiesa era tutt’altro che mite, decisamente cristiana, assumeva in un particolare momento storico una sua forza reazionaria che rischiava d’infiammare e coinvolgere il clero più progressista a livello mondiale.

Il cardinal Luciani aveva rapporti profondi con i suoi omologhi africani e la sua visione della chiesa aveva avuto un largo consenso all’interno del clero di quel continente. Luciani profeticamente aveva annunciato la migrazione dei popoli spinti dalla fame e la sua soluzione a questo flagello era, giustamente, la ridistribuzione dei beni, delle ricchezze e la chiesa in quest’ottica poteva recitare un ruolo fondamentale. Luciani voleva una chiesa pulita, una chiesa davvero cristiana. A questo punto dell’articolo il lettore, anticipando il finale, legittimamente si chiederà: ma perché non ucciderlo prima, perché eleggerlo addirittura papa per poi eliminarlo 33 giorni dopo?

La domanda più scontata, ma ripeto legittima, ha bisogno però di una risposta molto più complessa. In primis ammazzare il Patriarca di Venezia non avrebbe avuto nessun senso. Una notizia, sulla cronaca nazionale, da quindicesima pagina. Un conto è: stroncato da un infarto il Patriarca di Venezia Cardinal Albino Luciani, tutt’altro annunciare la morte del Papa. Al di là della portata sensazionalistica della notizia, questa vicenda ha una sola chiave di lettura: quella massonica. Albino Luciani venne fatto eleggere Papa proprio dal cardinal Paul Marcinkus. Lo so, per molti è una tesi incomprensibile, ma non per chi deve comunicare ai vertici di quel “governo” che detiene il controllo almeno di metà del pianeta. Una vera e propria dimostrazione di forza assoluta da parte del cardinal Marcinkus o di quel potere che in quel momento rappresentava.

Tradotto: il nostro nemico numero 1 lo eleggiamo Papa proprio nel giorno della madonna di Częstochowa e 33 giorni dopo, non a caso, lo eliminiamo. Il messaggio è chiaro, la chiesa non necessita di nessun cambiamento e il prossimo Papa sarà la soluzione finale al comunismo. Un’elezione veloce quella di Giovanni Paolo I avvenuta proprio il 26 agosto, il giorno della Madonna di Częstochowa, la Vergine Nera di cui era fedele il cardinal Karol Wojtyla, che guarda caso successe proprio a Luciani col nome Giovanni Paolo II.

Un pontificato durato 33 giorni, proprio come 33° è il grado più alto della massoneria. Contrariamente a quanto si legge, non furono 101 i voti per Albino Luciani, ma 99, ovvero 3 volte 33, il massimo. Quel numero 3, quello della trinità massonica, espresso nei suoi multipli esponenziali. Il massimo. Ed infine quella battuta di Enrico De Pedis detto Renatino, capo storico della Banda della Magliana e tumulato fino a poco tempo fa nella basilica di Sant’Apollinare a Roma, sulla morte del papa bellunese: «gli hanno fatto fare il giro del GRA, grande raccordo anulare ndr, per la carreggiata interna».

GRA noto come il nome dell’autostrada è in realtà un eponimo ufficioso dell’ingegner Eugenio Gra, il principale ideatore e sostenitore dell’opera, nonché direttore generale dell’ANAS all’epoca della realizzazione e massone di 33°. Se in casi come questi esistesse la fatalità potremmo dire: ohibò, ma le uscite nella carreggiata interna del GRA sono proprio 33, ma per noi la fatalità non esiste. Renatino era uno dei pochi all’interno della Banda della Magliana a conoscere alcune verità scottanti. Oltre a lui v’erano stati Nicolino Selis e Franco Giuseppucci detto Er Negro, se esistesse la fatalità anche in questo caso potremmo dire: sono tutti morti. Morti ammazzati. Fatalità.

David Gramiccioli

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