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“Lasciata sola a vomitarmi addosso, vi racconto il mio aborto”: la testimonianza choc di una donna

Molto spesso l'aborto viene encomiato con troppa facilità. È bene conoscerne la ferocia

L’Espresso, da qualche tempo, ha deciso di dar voce a tutte quelle donne che hanno qualcosa da dire riguardo a quella scelta difficile a cui ci si può imbattere nella vita, ovvero l’aborto.

Seppur l’iniziativa abbia l’intento di mostrare l’altra faccia della gravidanza, mostrando le problematiche dietro la scelta di un’interruzione volontaria, è importante far conoscere i rischi di questo, talvolta, barbaro intervento.

In un ciclo di testimonianze anonime, una donna di Rieti ha raccontato il suo calvario, fatto di scelte personali che le hanno lasciato un indelebile ricordo.

A 44 anni, con due figli adolescenti e un marito 50enne, la donna non sente di portare avanti una gravidanza. Fattori economici e biologici possono influire negativamente sul nascituro, che, purtroppo, diventa vittima di scelte influenzate dalla società odierna.

Già vittima di una ponderata e sofferta decisione, la donna ha dovuto subire però un ulteriore tormento, tra le mura dell’ospedale a cui si è affidata per interrompere la gravidanza. “Dal momento che formalizzo la mia richiesta di aborto mi danno una settimana, ‘il tempo che le serve per approfondire bene la sua scelta e magari ripensarci'”.

Dopo lunghe attese e ritardi interminabili dei medici, la donna trova disagi nell’affrontare il percorso all’aborto: “Scopro che nella mia città l’interruzione di gravidanza viene praticata con anestesia totale. Praticamente il medioevo degli aborti. Dalle 24 del giorno prima non devo più mangiare né bere. Alle 8 accettazione nel reparto maternità, dove sentiamo travagli, gioie, via vai di parenti festanti che passano davanti a noi, che siamo sedute compite su una panca. Tutti sanno perché siamo lì. Alle 10 veniamo trasferite in un reparto di day hospital. Ci fanno spogliare e mettere il camicino da ricoverate, aperto dietro, sotto siamo nude. Ci danno una pillola di antibiotico da sciogliere in bocca senz’acqua. È amara come il fiele, c’è chi vomita sul letto, chi cerca di arrivare nel bagno del corridoio, ma il reparto è misto. siamo donne e uomini e noi siamo nude con un pigiamino aperto dietro. Desistiamo e ci facciamo dare delle traversie per vomitarci addosso senza sporcarci”.

“Alle 12:30, sempre senza bere dalla sera prima, arrivo in chirurgia. Ci vorrà un’altra ora prima che, sdraiata sul letto con le gambe legate a dei supporti che le tengono aperte e verticali, mi facciano l’anestesia totale. Riapro gli occhi dopo poco, vomito ancora per l’effetto del narcotico. Mi rimettono nella stanza di prima. Nessuno mi offre assistenza. Dopo un’ora chiamo mio marito, mi aspetta di sotto con la macchina. Firmo le dimissioni e, finalmente, me ne vado a casa. Distrutta”.

Questa l’esperienza di una donna qualunque di Rieti, protagonista però del proprio dolore, mostrato con umiltà a chi ne può cogliere sofferenza e passione, e magari con empatia riconoscerne la disavventura. L’aborto, che molto spesso viene dispiegato con troppa leggerezza, è bene venga mostrato nella sua inclemenza: infatti, qualunque donna ne abbia fatto ricorso, porterà sempre con sé i segni di una ferita profonda in corpo, ma anche nello spirito.

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