Editoriali

La sovranità appartiene al popolo (e non alla piattaforma Rousseau)

(di Gianfranco Amato) L’Italia intera è col fiato sospeso, in attesa di conoscere l’esito della votazione che scaturirà dall’ormai mitica Piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle. La rete televisiva La7 trasmette persino una diretta no-stop condotta da Mentana in attesa dei risultati. Sembra di rivivere il clima delle ultime elezioni europee.

Saranno comunque i 115.372 iscritti a quella piattaforma che decideranno se l’Italia avrà o no il governo giallo-rosso, e se il Partito democratico, per la quarta volta in cinque anni, tornerà al potere senza elezioni, ovvero senza aver consultato il popolo italiano.

Ora, a prescindere dalle polemiche e dai dubbi sulle modalità tecniche di questa manifestazione di democrazia diretta del mondo grillino, mi pare che una considerazione si possa fare.

Ho ascoltato con interesse le obiezioni giuridiche degli esimi costituzionalisti che si stanno stracciando le vesti di fronte a quella che definiscono una «sceneggiata anticostituzionale».

Ho sentito il ragionamento impeccabile del prof. Sabino Cassese. Ho ascoltato i rilievi ineccepibili del prof. Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta. Ho letto le puntuali e solide considerazioni del prof. Giovanni Maria Flick, anche lui ex membro della Corte costituzionale.

Per carità, è vero che secondo l’art. 92 della Costituzione spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri. Tutto giustissimo dal punto di vista formale. Ma dal punto di vista sostanziale? Ho ascoltato anche le ragioni di chi difende l’opzione della Piattaforma Rousseau e mi ha colpito il fatto che l’articolo della costituzione che costoro invocano sia proprio il primo. Il loro ragionamento si fonda sul fatto che la sovranità appartenga al popolo, come recita appunto l’art. 1 della nostra Magna Carta. E, quindi, è giusto ricorrere al popolo.

A questo punto, però, è lecito porsi una domanda: perché occorre attendere il sacrosanto parere di 115.372 italiani – con tanto di diretta televisiva – e non quello dei restanti 50.861.908 che si sono espressi alle scorse politiche. Perché solo un centinaio di migliaia di elettori devono essere privilegiati rispetto alle decine di milioni di altri elettori. Non ci sono due popoli italiani.

Allora, non era forse meglio applicarla fino in fondo la cosiddetta «democrazia diretta» e chiamare tutti gli elettori a pronunciarsi sul futuro politico del nostro Paese?

Non sarebbe stato meglio attendere l’esito delle urne in elezioni regolarmente indette secondo la Costituzione, piuttosto che una piattaforma informatica privata per 115.372 privilegiati?

Lo scenario cui stiamo assistendo, in realtà, non è dei più edificanti. Anche perché evidenzia il limite di questa indecorosa operazione trasformista. Mi chiedo come faccia il Partito Democratico, in queste imbarazzantissime ore, a giustificare l’attesa dell’esito parzialissimo di una consultazione popolare. Se il popolo va consultato deve essere tutto il popolo. Su questo l’art.1 della Costituzione è chiarissimo: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Tutto il popolo non una parte di esso!

Gianfranco Amato

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