La luna e la meraviglia di Galileo

di VoceControCorrente

«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?»

(Giacomo Leopardi)

Il 13 marzo 1610 viene pubblicato il Sidereus Nuncius di Galileo Galilei (1564-1642) presso la stamperia veneziana di Tommaso Baglioni. Inizialmente ne vengono stampate 550 copie, vendute tutte in meno di una settimana, un successo editoriale incredibile per i tempi. Tutto il mondo intellettuale europeo aveva iniziato a discutere sin da subito dell’opera dello scienziato pisano. A partire dalla pubblicazione del Sidereus Nuncius, infatti, la concezione occidentale dell’universo non è stata più la stessa, così come è cambiata la stessa idea di scienza. Attraverso i suoi schizzi Galileo Galilei ci ha mostrato un universo nuovo, e non solo. La sua persona è diventata icona di una nuova figura di scienziato e di intellettuale, di un uomo combattuto, frainteso e ostracizzato, ma senza mai alcun dubbio sulla sua vocazione alla ricerca animata da una profondissima fede, mai messa in dubbio, che lo porterà sempre a guardare con somma meraviglia al Creato e ai misteri del cosmo.

Nel Sidereus Nincius Galileo Galilei illustra alcune delle sue scoperte astronomiche, scoperte che sono state rese possibili grazie ad un nuovo strumento, il cannocchiale. Come lo scienziato pisano scriverà esplicitamente, questo strumento non è stato inventato da lui, ma da “un certo Fiammingo”. Non conosciamo il nome esatto dell’inventore, ma più di un documento attesta la comparsa del cannocchiale in Olanda già a partire dall’autunno del 1608. Grazie a questo “occhiale”, scrive Galileo, gli oggetti molto lontani dall’occhio dell’osservatore diventano distintamente visibili come se fossero vicini. Lo scienziato inizia a lavorare al suo telescopio a Padova nel giugno del 1609. Non si sente ferratissimo per quanto concerne la scienza dell’ottica, tuttavia decide di procedere per prove ed errori. Nel luglio del 1609 realizza il suo primo cannocchiale, assemblando diversi tipi di lenti, una lente piano-convessa nell’oculare e una lente biconcava nell’obiettivo. Possiamo ammirare ancora oggi due dei cannocchiali originali di Galileo esposti nel museo galileiano di Firenze. Galileo era riuscito ad ottenere un cannocchiale con più di 20 ingrandimenti e questo si era rivelato fondamentale per le sue indagini astronomiche.

Rivolge le sue lenti al cielo per indagare la Via Lattea, le sue costellazioni e il sistema solare. Ne emerge un’immagine completamente nuova rispetto quella che era la concezione dell’epoca. Giove, infatti, ha ben quattro satelliti, che Galileo chiamerà Stelle Medicee, in onore di Cosimo II de Medici, Granduca di Toscana, protettore e amico dello scienziato. Il granduca era stato pupillo di Galileo Galilei dal 1605 e il 1608, i due coltivavano uno stretto rapporto di vicinanza, come attestano le varie ricerche dello scienziato intitolate al granduca. Negli anni Galileo gli aveva dedicato diversi trattati, come “Operazioni del compasso geometrico et militare”, trattato sull’uso del compasso, e sempre per lui compose anche il primo articolo accademico sulla probabilità delle diverse combinazioni risultanti dal lancio di tre dadi.

La scoperta di queste Stelle Medicee (Io, Europa, Ganimede e Callisto), ovvero delle quattro “lune” di Giove, potrebbe lasciare relativamente sorpresi noi contemporanei, ma all’epoca una simile scoperta aveva una portata rivoluzionaria, aveva delle implicazioni stravolgenti. Affermare che quattro satelliti ruotassero intorno ad un pianeta significava mettere in crisi il sistema geocentrico tolemaico, dimostrando in modo evidente che non tutti i corpi celesti del sistema solare orbitano intorno alla terra. Indirettamente questo portava a confermare la teoria eliocentrica dell’astronomo polacco Niccolò Copernico, o comunque a darle significativo fondamento.

Considerazioni altrettanto rivoluzionarie arrivano dall’attenta osservazione della luna. Il satellite non è una sfera “perfettissima”, al contrario. È un corpo “globoso et sferico”, molto simile alla nostra terra, piena quindi di avvallamenti, di crateri e di rilievi. Per capire come mai affermazioni sull’irregolarità della crosta lunare facessero tanto scalpore dobbiamo guardare alla concezione astronomica dell’epoca. Secondo le concezioni di stampo aristotelico, allora comunemente accettate, vi era una netta divisione tra la fisica terrestre e la fisica dei corpi celesti. Il mondo delle sfere celesti e dei pianeti era composto rigorosamente da entità perfette che si muovevano in eterno seguendo orbite regolari e perfettamente circolari. Tutto era composto da un elemento perfetto e non soggetto ad alcuna variazione, l’etere. Al contrario sulla terra e nell’atmosfera terrestre tutto era composto da quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco) che con il loro moto irregolare erano la causa del “divenire” per come noi lo conosciamo, della vita sulla terra in tutta la sua imprevedibilità, con le sue difformità. Provare la presenza di difformità nel mondo celeste, in questo caso sulla luna, significava mettere in discussione una teoria secolarmente accettata. Galileo per oltre diciotto giorni aveva puntato il suo telescopio alla luna, realizzando degli schizzi e degli accuratissimi acquerelli di quanto osservato. Oggi questa serie di sei raffigurazioni è conservata nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Questi disegni passano alla storia come la prima raffigurazione realistica della luna nella storia dell’uomo. Poche altre scoperte scientifiche hanno avuto tale portata storica e culturale, il genio italiano di Galileo ha cambiato il nostro modo di guardare l’Universo e di raccontarlo.

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