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“Il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione”: la lettera di Maryan Ismail a Silvia Romano

La docente somala ha scritto una lunga lettera aperta alla giovane cooperante, appena tornata in Italia dopo 18 mesi di prigionia.

«Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post. Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva». Così Maryan Ismail, docente di antropologia dell’immigrazione e volto noto della politica lombarda, ha iniziato la sua lettera a Silvia Romano.

In Italia da ormai 35 anni, ma somala di nascita, Maryan Ismail prende le mosse dall’esperienza personale che la rende ben consapevole del potere terrorista: «L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa. Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosiddetto volto “perbene”».

Gente capace di trattare, investire, vincere le elezioni: così viene descritto il nemico che aveva preso nella sua morsa Silvia, di cui Maryan Ismail ammette di aver tenuto la foto sul proprio profilo Facebook per mesi: «Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura, l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche, yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda. Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire».

«La sua non è una scelta di libertà – si legge nella lettera -, non può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile. E poi quale Islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?».

«No non è Islam questa cosa. È nazi fascismo, adorazione del male. È puro abominio. È bestemmia verso Allah e tutte le vittime. I simboli, sopratutto quelli sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde non ci rappresenta».

Così, Maryan Ismail mette se stessa a disposizione per illustrare la vera Somalia alla giovane cooperante: «Quando e se sarà possibile, se la giovane Silvia vorrà, mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi».

«E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro. In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore. Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..».

Gina Lo Piparo

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Gina Lo Piparo

Laureata in Scienze dell'antichità, ama la natura, i viaggi, la poesia, l'arte, la scrittura e Dio, fonte di tutte queste cose. Missionaria, crede nei valori cristiani, che intende come uno stile di vita concreto, reale e rivoluzionario.

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