Bioetica

Eutanasia, in Italia il dibattito è sempre più acceso ma dall’Olanda arriva una sentenza shock

Mentre in Italia il dibattito sull’eutanasia si fa sempre più accesso, in Olanda è legale uccidere con l’eutanasia anche chi vuole vivere.

(di Lilia Ricca) Salvaguardia della dignità del vivere e del morire. Confronto, risposte non dettate dalle emozioni, maturate con un’equilibrata ponderazione dei valori e dei principi coinvolti. Valori che esaltano la centralità dell’uomo e delle relazioni affettive che contribuiscono a definire il significato stesso della sua esistenza.

Questo è quanto si legge nel messaggio di saluto del presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati al convegno a Roma della Cei, sui temi dell’eutanasia e del suicidio assistito. Un argomento dibattuto nel nostro Paese più frequentemente negli ultimi tempi dopo i casi che hanno avuto un forte eco nel dibattito pubblico.

La questione è stata sollevata il 14 febbraio del 2018 dalla Corte d’Assise di Milano, a seguito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, era quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie. In Italia si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica. La riflessione richiama anche le istituzioni alle proprie responsabilità, come la necessità di approfondire un quadro normativo che dia risposte e certezze. Alcuni pretendono che questa pratica illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa come già accaduto in altri Stati come l’Olanda.

IL CASO OLANDESE

Quello che è avvenuto proprio in queste ore in Olanda, con la sentenza del tribunale dell’Aia che ha assolto un medico per aver ucciso con un’iniezione letale una paziente affetta da demenza, prospetta un quadro che potrebbe mettere in discussione la legge approvata lo scorso 2002. Il caso, il primo a finire davanti ai giudici dal 2002, riporta la storia di una donna anziana ultrasettantenne con demenza, e di un testamento biologico nel quale dichiarava che avrebbe desiderato l’eutanasia se fosse stata rinchiusa in una casa di riposo, ma solo su richiesta, quando avrebbe ritenuto che sarebbe giunto il momento. Nel 2016 la donna, rinchiusa in una casa di riposo, manifesta diversi segni di insofferenza senza mai chiedere l’eutanasia. La famiglia decide che era giunto il momento che la donna morisse, senza informarla per non causarle sofferenza. A quel punto, il giorno stabilito, il medico drogò l’anziana versandole un sedativo nel caffè. Dopo la prima delle tre iniezioni necessarie, la donna si svegliò, cercando di divincolarsi. Il medico, aiutato dalla famiglia, immobilizzò la donna e terminò la procedura, uccidendola.

Secondo il giudice Mariette Renckens, la dottoressa Catharina A. ha agito con tutte le precauzioni del caso. La procura che voleva la condanna, potrebbe fare ricorso. La commissione di controllo dell’eutanasia inviò il fascicolo alla procura, ritenendo che il medico avesse violato la legge, «oltrepassando il limite». Il giudice, nella giornata di mercoledì 11 settembre, ha sentenziato che il medico non ha fatto altro che rispettare il testamento biologico. Secondo il tribunale, la dottoressa A. non doveva verificare la volontà della paziente perché questa «precauzione non necessaria» avrebbe minato il concetto stesso di dichiarazione anticipata di volontà dell’eutanasia. La procura potrebbe fare ricorso perché, secondo il pubblico ministero, non basta un testamento biologico per uccidere una persona, bisogna prima assicurarsi se quella persona vuole morire nel momento in cui le viene somministrata l’eutanasia. Il ragionamento è semplice: morire dovrebbe essere un diritto, non un dovere. La sentenza fa crollare l’ideologia sul quale si fonda l’eutanasia, e cioè dare il diritto al paziente di decidere della propria vita fino alla fine, facendo trionfare la volontà e l’autodeterminazione del singolo.

EUTANASIA E LIBERTÀ PERSONALE

Nel frattempo, al convegno della Cei a Roma, il presidente Bassetti interviene affermando «che la via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio nel caso di familiari».

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non viene compresa, come se si volesse mettere sempre in campo ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia la morte è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva, con la somministrazione al malato di sostanze letali, sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessario alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie quest’atto non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di mettere fine all’esistenza del malato, ritenuto spesso come un peso. L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, in quel caso identificabile come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, definibile come assecondamento della volontà del malato di mettere fine alla propria esistenza.

I sostenitori ritengono che esaudire la volontà di chiede di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo si può considerare valorizzata la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? La libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, come se la determinazione alla vita o alla morte avessero lo stesso valore. Se così fosse, non ci sarebbe alcuna ragione per prevenire il suicidio di una qualsiasi persona. In questo caso, la base della vita che comprende la convivenza sociale sarebbe messe a repentaglio.

Lilia Ricca

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