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Covid, esiste solo il vaccino oppure si può contare anche su cure farmacologiche?

Il can-can mediatico sul vaccino-messia continua ad oscurare un tema importante: il contagiato può essere curato e trattato al suo domicilio con una farmacologia che ne consenta la guarigione?

Il can-can mediatico sul vaccino-messia (ma quale dei tanti? Vanno tutti bene?) continua ad oscurare un tema importante: il contagiato può essere curato e trattato al suo domicilio con una farmacologia che ne consenta la guarigione? Eppure è il caso più frequente che riguarda il 95% circa degli infetti che terminano il decorso grazie a farmaci o addirittura in assenza degli stessi.

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In tale oscurato e nebuloso contesto un fantasma si aggira: l’idrossiclorochina, un farmaco antimalarico, che cura anche l’artrite reumatoide, esiste da 65 anni ed ha il pregio di costare pochissimo. Impiegato ed apprezzato da taluni medici, è stato “bocciato” dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) per la cura del covid lo scorso 22 luglio, anche se precedentemente era stato “promosso”. Su richiesta di un gruppo di medici di base un’ordinanza del Consiglio di Stato ne aveva confermata la prescrivibilità, rimandando al medico curante ogni decisione. Ma l’AIFA il 22 dicembre ha ribadito la bocciatura.

Lancet, la prestigiosa rivista medica britannica, aveva stroncato il prodotto, ma 100 ricercatori da tutto il mondo hanno contestato la stroncatura stessa. Ne è seguito il ritiro dell’articolo con lettera di scuse. E’ l’ennesima dimostrazione di come le riviste “scientifiche” finiscano per servire il marketing della grande industria farmaceutica.

Per completare il quadro, il 24 dicembre è esploso, andato in fiamme e completamente distrutto l’impianto chimico di idrossiclorochina di Taiwan, secondo produttore al mondo. Cause ignote. Ma perché questo pur collaudato farmaco ha una vita così perigliosa? Forse perché lo hanno sponsorizzato Trump e Bolsonaro che lo hanno usato con successo?

Insomma, il panorama è decisamente confuso! Non è competenza di questa testata stabilire la bontà di questo o qualunque altro prodotto, ma come non constatare che mentre si straparla di vaccino, i medici di base si “arrangiano” con affanno? Hanno ricevuto soltanto in ottobre il protocollo con indicazioni sanitarie e sommersi dal peso burocratico delle procedure, sono predati di tempo prezioso tolto ai loro pazienti. Eppure è evidente che la trincea dove si affronta il virus, evitando l’intasamento di terapie intensive ed ospedali (oltre a guarire nelle fase iniziale del contagio), è proprio quello dei medici di famiglia. Ma allora perché si parla soltanto di vaccino?

Diego Torre

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