Corte Costituzionale: “Ecco quando l’aiuto al suicidio non è punibile”

di VoceControCorrente

«L’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore. E se la dichiarazione di incostituzionalità rischia di creare vuoti di disciplina che mettono in pericolo diritti fondamentali, la Corte costituzionale deve preoccuparsi di evitarli, ricavando dal sistema vigente i criteri di riempimento, in attesa dell’intervento del Parlamento».

È quanto si legge nella sentenza depositata oggi – di cui relatore il giudice Franco Modugno – con cui la Corte costituzionale ha spiegato le motivazioni della decisione sul fine vita, resa lo scorso settembre a seguito della questione sollevata nell’ambito del procedimento penale che vede imputato l’esponente radicale Marco Cappato per la morte di Dj Fabo.

Esiste una «circoscritta area» in cui l’incriminazione dell’aiuto al suicidio «non è conforme a Costituzione»: si tratta dei casi nei quali «l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

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L’incriminazione dell’aiuto al suicidio, ha ribadito la Corte, «non è, di per sè, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio».

Ma, si legge nella sentenza, mentre in base alla legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, il paziente in tali condizioni può già decidere di lasciarsi morire chiedendo l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sottoposizione a sedazione profonda continua, che lo pone in stato di incoscienza fino al momento della morte – decisione che il medico è tenuto a rispettare – la legge, invece, non consente al medico di mettere a disposizione del paziente trattamenti atti a determinarne la morte. Il paziente è così costretto, per congedarsi dalla vita, a subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care. Questo, osserva la Consulta, «finisce per limitare irragionevolmente la libertù di autodeterminazione del malato nella scelta dei trattamenti, compresi quelli finalizzati a liberarlo dalle sofferenze, garantita dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione».

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