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Coronavirus, perché in Africa la pandemia non è drammatica?

I risultati di una recente ricerca documentano le conseguenze delle misure restrittive nel continente ad altissima mobilità-

Il Coronavirus non ha risparmiato il continente africano, che si è trovato fin da subito a gestire l’ardua sfida dell’alta mobilità che ne caratterizza il territorio.

Come reso noto dalla recente analisi pubblicata su The Conversation, tutti i primi casi di contagio registrati in Africa sono da ricondurre al recente rientro di individui provenienti dall’estero. A questi si aggiungono poi turisti e residenti stranieri spostatisi per cause lavorative.

Pochissimi casi rinviano, invece, alla trasmissione interna: si tratta per lo più di contagi che hanno seguito le rotte di autotrasportatori e commercianti.

Di modeste dimensioni anche la diffusione del virus legata alla circolazione di personale proveniente da strutture sanitarie nazionali e agenzie internazionali: due medici egiziani, a Gibuti, hanno ripreso le consultazioni in ospedale senza i controlli preventivi, mentre ad esempio in Guinea-Bissau uno dei primi due casi è un funzionario delle Nazioni Unite della Repubblica Democratica del Congo.

L’analisi dei primi contagi mostra la diversità della mobilità tra i Paesi africani e la complessità delle rotte rende a volte difficile identificare il luogo di contaminazione. In Togo, ad esempio, il primo caso di Coronavirus è un negoziante residente a Lomé, tornato dopo essere stato in Benin, in Germania, in Francia e Turchia

In Burundi, invece, i primi casi sono due rilevati contemporaneamente, pur provenendo da due posti diversi: uno faceva ritorno dal Ruanda, l’altro da Dubai.

Come hanno reagito gli Stati africani alla pandemia?

Gli Stati africani hanno adottato rigide misure preventive. Il primo Paese è stato la Guinea Equatoriale, dove il primo caso di contagio da Covid-19 si è registrato il 12 marzo 2020.

I Paesi più colpiti hanno chiuso i confini quando la conta dei casi non arrivava nemmeno ad un centinaio; solo l’Egitto ne contava già quasi 200. Più dela metà dei Paesi africani, inoltre, ha stabilito di chiudere i confini con meno di dieci contagi sul proprio territorio. Quindici Paesi quando non ne avevano ancora nessuno.

«La reattività degli stati africani – si legge nello studio – è stata quindi esemplare, soprattutto perché il controllo degli scambi migratori costituisce una vera sfida. In effetti, la circolazione regionale è fortemente ancorata al modo di vivere delle popolazioni e delle migrazioni transfrontaliere, facilitato dalla permeabilità delle frontiere terrestri e marittime. Pertanto, in dieci giorni (dal 16 al 26 marzo), ad eccezione della Liberia, tutti i paesi membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale hanno chiuso i loro confini».

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Tensioni

Naturalmente simili misure non potevano non causare problemi e ostilità. Oltre 2.500 migranti in transito verso Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad sono stati bloccati. Alcuni sono stati salvati in mezzo al deserto.

La città di Dakhla, nel Sahara occidentale, ha assistito a violenti scontri tra migranti sub-sahariani durante una distribuzione di cibo, mentre nel nord del Niger, ad Arlit, una violenta rivolta è scoppiata in un campo d’immigrazione per le dure condizioni di vita.

Secondo la ricerca, la pandemia avrebbe ostacolato anche il ritorno dei migranti al paese d’origine. I peggiori canali clandestini di rimpatrio sono stati istituiti dalla Spagna per immigrati privi di documenti che volevano tornare in Marocco. Il posto nelle barche è stato negoziato a oltre 5.000 euro, cinque volte lo stesso viaggio al contrario.

Più a sud, i migranti dell’Africa occidentale hanno dovuto attendere diversi giorni per attraversare il confine tra Marocco e Mauritania; stessa cosa per i migranti senegalesi al confine tra Mauritania e Senegal, poi confinati in un centro sanitario, «pesantemente monitorato dalle forze di sicurezza». Anche tra Togo e Ghana i controlli sono stati molto rigidi.

La mobilità transfrontaliera non è rimasta esente alle restrizioni; addirittura il Sudafrica ha annunciato la costruzione di una recinzione di 40 km lungo il confine con lo Zimbabwe per limitare gli scambi giornalieri tra i due Paesi.

Mobilità inizialmente ridotta grazie a una maggiore vigilanza

Com’è chiaro, l’Africa è un continente d’intensa mobilità. Questo, dunque, faceva temere una rapida diffusione dei contagi. Tuttavia, nel complesso, la vigilanza delle autorità e la responsabilità delle popolazioni hanno permesso di ridurre la migrazione all’interno dell’Africa: significativo, ad esempio, che la Costa d’Avorio, primo Paese d’ immigrazione in Africa, non sia oggi uno tra i più colpiti.

«Lo sviluppo disomogeneo del numero di casi di Covid-19 nel continente africano – conclude lo studio – sembra quindi più strettamente legato alla capacità di risposta degli Stati dopo la rilevazione del primo caso di Covid-19 sul loro territorio e alla gestione interna dell’epidemia (in particolare il misure che regolano o limitano i viaggi tra le regioni, la chiusura delle città), rispetto alla mobilità internazionale (“casi importati”)».

Gina Lo Piparo

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Gina Lo Piparo

Laureata in Scienze dell'antichità, ama la natura, i viaggi, la poesia, l'arte, la scrittura e Dio, fonte di tutte queste cose. Missionaria, crede nei valori cristiani, che intende come uno stile di vita concreto, reale e rivoluzionario.

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