Cultura & Scienze

Coronavirus, il virologo Tarro: “Diventerà stagionale”

La dichiarazione del virologo Giulio Tarro al quotidiano Libero.

«A mio avviso, il Covid-19 potrebbe sparire completamente come la prima Sars, oppure ricomparire come la Mers, ma in maniera localizzata. O cosa più probabile, diventare stagionale come l’aviaria. Per questo, serve una cura più che un vaccino». Ad affermarlo, in un’intervista a Libero, è Giulio Tarro, il virologo che sconfisse il colera a Napoli.

Sulla possibile relazione fra l’epidemia e l’utilizzo dei vaccini antinfluenzali, il virologo dice: «A Bergamo, il vero epicentro dell’emergenza come sottolineato da più parti, dove si è verificato qualcosa di ingestibile e che francamente ha stupito anche me, che mi trovo a lavorare con epidemie da decenni, c’è stata una richiesta di ben 185mila dosi di antinfluenzale. In concomitanza, c’è stata un’endemia da meningococco, per cui sono state richieste 34mila dosi. Tutti questi eventi sono sicuramente importanti, specialmente se messi a confronto con quello studio sull’esercito americano, e quello olandese, sul virus respiratorio sinciziale».

Sulla relazione fra inquinamento e diffusione del virus, Tarro afferma: «Ci sono sicuramente delle relazioni, e a ciò aggiungerei una cosa, forse sottovalutata da molti. Il fatto che i focolai di coronavirus italiano siano nella Pianura Padana, principalmente in Lombardia e Veneto, potrebbe dipendere da fattori ecologici, come alcuni tipi di concime industriale. Questi, potrebbero aver alterato l’ecosistema vegetale e, quindi, animale, nel quale uno dei tanti coronavirus, normalmente in circolazione, può aver avuto una inaspettata evoluzione».

E conclude così: «Eviterei di trasformare la Cina in un capro espiatorio, per giustificare inefficienze che sistemi sanitari all’avanguardia non dovrebbero avere. È necessaria un’argomentazione. Sulla diffusione del Sars-Cov 2, conta la zoologia correlata ad una certa latitudine geografica. I virus influenzali hanno origine o da alcuni animali volatili o da alcuni animali acquatici. In primis, i pipistrelli: è stato calcolato che nell’intestino di un pipistrello della Cina meridionale si celino almeno 50 tipi di coronavirus diversi. E, considerando che il pipistrello ha anche una grande importanza alimentare nel Paese, non ci si può certo stupire che il 3% degli agricoltori di tutta la Cina risulti positivo ai coronavirus: nella stragrande maggioranza dei casi, fortunatamente, si tratta di forme benigne». (LR)

Leggi anche: Coronavirus, il virologo Palù: “In Italia, i raggi UV uccidono il virus”

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