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Coronavirus, clochard a rischio: “Manca un piano d’aiuto nazionale”

Comunità, parrocchie, amministrazioni e albergatori si mobilitano con pasti, alloggi e cure. Da nord a sud: “Un’emergenza nell’emergenza”.

“Restate a casa”. Come fanno a rimanere in casa coloro che una casa non ce l’hanno? L’emergenza Coronavirus coinvolge proprio tutti. Sono i “senza fissa dimora”, la fascia a rischio su cui in queste settimane si sono accesi i riflettori dei media dopo l’appello di diverse comunità, associazioni e parrocchie da sempre a lavoro a fianco dei clochard. Un ennesimo grido di aiuto arriva da Napoli dove nove parroci chiedono un intervento al Comune per i 2.000 poveri nel capoluogo campano che non dispongono di un alloggio. “E con i divieti anche i volontari non possono andare in strada per sostenerli”, si legge su un articolo del 25 marzo del Corriere della Sera. Facciamo il punto.

“55mila senzatetto non possono stare in casa e le strutture faticano: Rischio per sé e per gli altri. Serve impegno istituzioni”, recita il titolo di un articolo del 16 marzo su Il Fatto Quotidiano. Il testo riporta quanto segue: Sono i senza fissa dimora, una parte di cittadinanza fragile al centro di un appello lanciato dal capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli. Proprio lui, durante uno dei punti stampa quotidiani, dopo che l’Oms ha dichiarato il coronavirus “una pandemia”, si è rivolto alle amministrazioni locali per chiedere di organizzare delle strutture per l’assistenza dei senzatetto. “In questo momento di emergenza sanitaria, i senza dimora possono mettere a rischio se stessi e gli altri. Si sentono ancora più isolati e abbandonati, aumentando il disagio fisico e psichico”, dichiara invece Michele Ferraris, responsabile comunicazione di fio.PSD, la federazione che riunisce oltre 130 associazioni che lavorano nel settore in tutta Italia. E specifica: “Le persone senza dimora non hanno una casa dove rimanere quindi non possono rispettare la limitazione degli spostamenti imposta dal decreto del Presidente del Consiglio”.

La situazione delle strutture di accoglienza non è ottimale. Senza i volontari e le volontarie, molte di queste hanno chiuso. Mentre in altre mancano mascherine e disinfettanti. Alcune mense, non avendo spazi adeguati per rispettare le distanze di sicurezza, non servono più pasti caldi, ma solo piatti freddi, da asporto. Spesso chi ha bisogno è costretto a consumare il cibo per strada o nei parchi. Anche l’igiene è un problema: sono stati interrotti i servizi come le docce comunali e la distribuzione di indumenti. Ripararsi dal cattivo tempo o caricare il cellulare diventa quasi impossibile nelle città in quarantena. “Nei comuni c’è bisogno di strutture dove i clochard possano trascorrere la giornata senza stare in giro rischiando di prendere il virus, in solitudine”,  spiega Alessandro Pezzoni, referente “Area grave emarginazione” della Caritas Ambrosiana. Ma cosa ci raccontano le cronache?

A Milano, capoluogo della regione più colpita dal Covid19, su 2.600 senzatetto, circa 600 vivono in strada, fuori dai centri di accoglienza. Anche nel capoluogo lombardo alcune mense e strutture hanno dovuto chiudere, così come le docce comunali gratuite ubicate in diverse zone della città. Alcuni centri di accoglienza notturna invece rimangono aperti anche di giorno. Le strutture in attività si sono adeguate alle norme sanitarie. Tra queste c’è Casa Jannacci a Milano che ospita 503 persone senza dimora e dà lavoro a 80 operatori. “Con un termometro frontale misuriamo la temperatura di chi entra e, se hanno la febbre, li curiamo nell’ambulatorio, dove ci sono un medico e un infermiere”, racconta Massimo Gottardi, il direttore della struttura. “Finora non abbiamo avuto nessun caso di coronavirus – continua – ma abbiamo già predisposto sei camere per l’isolamento. Nel dormitorio i letti sono separati da un metro e mezzo di distanza e, da quando è iniziata l’emergenza sanitaria, non abbiamo dimesso gli ospiti più fragili, quelli con problematiche psichiatriche o di dipendenze”.

“Tra i contagiati a Milano ci sono anche dei clochard ospiti in centri di accoglienza”, riporta il quotidiano Il Giorno. Stando a quanto emerso, sembra che per evitare il passaggio del contagio agli operatori che lavorano con loro, questi siano stati dotati di dispositivi di protezione individuale come maschere, visiere e scafandri. Inoltre, la Fondazione Progetto Arca, che gestisce gran parte dell’accoglienza, ha fatto sapere di star distribuendo kit igienico-sanitari e gel disinfettante a quanti non hanno una casa in cui stare. “Senza di voi ci fermiamo, aiutateci”, questo l’appello lanciato su Twitter da Progetto Arca per richiedere donazioni. Anche La Repubblica ha parlato di un primo caso di contagio accertato in un centro di accoglienza per migranti di Milano, in particolare nella struttura di via Fantoli, in zona Mecenate. Sembra che il soggetto in questione non abbia avuto bisogno di essere ricoverato in ospedale. Le sue condizioni sono rimaste stabili e non gravi, quindi è in isolamento, così come i compagni che dividevano la stanza con lui. Gli spazi sono stati sanificati e le persone sono state divise. Alcuni, infatti, sono stati trasferiti in una struttura poco distante. L’europarlamentare del PD ed ex assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, su Twitter, ha ribadito la necessità di un piano nazionale che risponda alle esigenze di tali categorie. Un piano, al giorno d’oggi ancora inesistente.

Poi le denunce (fioccanti) per violazione dell’articolo 650 del codice penale. A Milano, Verona, Modena, Siena e Treviso. E gli appelli, da associazioni come Sant’Egidio, da sempre in prima linea negli aiuti ai clochard. «Queste persone costrette a vivere in strada, dunque ai margini della società, sono state informate bene dalle autorità competenti di quello che sta succedendo? Come possono fare altrimenti?», chiede Valerio Delfino, responsabile dei volontari della comunità. Viste le denunce fioccate per non aver rispettato l’obbligo di rimanere a casa, i volontari hanno distribuito ai clochard decine e decine di fogli di autocertificazione per evitare a chi è in strada di inciampare in una sanzione: «Queste persone in situazione di povertà non possono pagare certo la sanzione. E nel momento in cui scatta la denuncia finisce per forza sulla fedina penale. Siamo all’assurdo», spiega Nicoletta Gobbi, tra i volontari trevigiani in prima linea, da sempre coordinati con la Prefettura.

L’allarme è stato lanciato anche dall’associazione Avvocato di Strada con una lettera inviata al premier Giuseppe Conte, ai governatori e ai sindaci. La richiesta al presidente del Consiglio e alle Regioni è di “far cessare immediatamente l’irrogazione di sanzioni alle persone senza dimora”. E anche “di stanziare somme per consentire ai comuni di fornirgli un tetto, utilizzando palestre, capannoni o altri edifici pubblici o privati”. Ai primi cittadini, invece, “di prolungare l’apertura delle strutture utilizzate per ricoverare d’inverno i clochard” e “di velocizzare le procedure per iscriverli nelle liste anagrafiche in modo da poterli monitorare anche dal punto di vista sanitario”.

A Milano, il Comune trasferisce 100 senzatetto da Casa Jannacci in una gigantesca tensostruttura in un centro sportivo (Corriere della Sera). Il Comune ha deciso poi di estendere fino al 3 aprile il «piano freddo», che durante i mesi invernali ha messo a disposizione 2.700 posti letto, e di mantenere aperti anche di giorno i centri che prima erano solo notturni, in modo da permettere a chi non ha una casa di adeguarsi ai decreti del governo tutelando la propria e l’altrui salute. Le strutture considerate invece non idonee ad accogliere le persone anche di giorno sono state via via chiuse e gli utenti spostati altrove. L’assessorato alle politiche sociali ha per questo allestito due nuovi centri in città, in via Satta e in via Cenisio, mentre Milano Ristorazione sta garantendo, dall’inizio dell’emergenza, tutti i pranzi nelle strutture che rimangono aperte di giorno. È invece grazie alla collaborazione con Emergency che i centri sono stati adeguatamente attrezzati al rispetto delle misure di sicurezza (le distanze, le protezioni sanitarie per gli operatori, la distribuzione del gel igienizzante prodotto dal Politecnico e distribuito dal Comune). I medici di Emergency si occuperanno anche del primo screening sanitario degli ospiti. Palazzo Marino ha infine messo a disposizione lo stabile di via Carbonia per chi è costretto alla quarantena sanitaria ma non ha un alloggio dove passarla. «In questa situazione di emergenza — commenta l’assessore alle Politiche Sociali Gabriele Rabaiotti — stiamo lavorando per prevenire eventuali situazioni di pericolo per le persone più fragili di cui ci prendiamo cura.

La risposta da Roma. “Gli alberghi romani tutti chiusi per mancanza di turisti, hanno aperto al ricovero dei senza tetto. Federalberghi ha dato disponibilità al Comune per ospitare i clochard presi in carico dalla Caritas. La richiesta è partita dal dipartimento Politiche Sociali del Campidoglio, che dopo le nuove disposizioni governative per l’emergenza Coronavirus vuole assicurare alla popolazione più fragile il mantenimento delle distanze anti-contagio e l’isolamento nel caso di positività. Il rischio è che i ricoveri delle associazioni di volontariato non sempre riescono a garantire gli spazi adeguati. E alla richiesta del Campidoglio hanno già risposto una decina di albergatori” (Corriere della Sera).

Temperature in calo. Gelo a Napoli. Un clochard è stato trovato morto nella Galleria Umberto I dai militari dell’Esercito. «Quella dei senza fissa dimora a Napoli è una bomba sanitaria oltre che sociale». Non usa mezzi termini Alex Zanotelli, prete comboniano che insieme ad altri 9 parroci del rione Sanità ha siglato una lettera aperta alle istituzioni cittadine per chiedere maggiore collaborazione e soluzioni per il clochard della città di Napoli, soprattutto in questo periodo di emergenza coronavirus. Si sentono soli i preti della Sanità, soli ad affrontare un’urgenza che conta almeno 2.000 persone senza fissa dimora. Al momento nei due centri presenti nel quartiere sono ospitati 200 clochard: 120 nel Centro La Tenda e 80 sono ospiti del S. Antonio la Palma. Numeri che non consentono di garantire le norme di sicurezza minime per evitare il contagio da Coronavirus. Quello che manca adesso in città, e che chiedono i parroci nella lettera aperta, è un luogo che possa ospitare tutti i senza fissa dimora di Napoli. Il Comune dal canto suo starebbe vagliando diverse ipotesi, ma il tempo stringe. Resta in piedi l’idea Mostra d’Oltremare, un luogo capiente e già attrezzato in linea di massima per affrontare l’emergenza: l’ostacolo all’applicazione di questa soluzione sarebbe un accordo tra palazzo San Giacomo e Palazzo Santa Lucia sull’utilizzo di alcuni padiglioni per il concorsone della Regione Campania, concorso che, ora come ora, è irrealizzabile. Basterebbe quindi liberare alcuni spazi e e renderli fruibili per accogliere i senza fissa dimora.

A Palermo, dal 21 marzo è attiva una struttura protetta che potrà ospitare fino a 70 persone. Allestita in collaborazione fra la Protezione Civile, il Comune e i servizi sanitari, per l’accoglienza dei senza dimora presenti in città. “Tutti gli utenti saranno ammessi solo previa visita medica e, se decideranno di lasciare la struttura, non potranno più rientrare. I nuovi posti disponibili della struttura si aggiungono a quelli dei cinque dormitori comunali, che già dall’inizio dell’emergenza sono stati raddoppiati, arrivando a ospitare fino a circa 130 persone. L’amministrazione sta individuando nuove strutture per ampliare ulteriormente il numero delle accoglienze”, si legge su Palermo Today.

A Catania, nel plesso de Le Ciminiere, su indicazione del Prefetto, il sindaco Salvo Pogliese con l’assessore ai Servizi Sociali Giuseppe Lombardo ha individuato un’area con bagni e docce appositamente ripristinata per i senzatetto, a cui saranno forniti anche indumenti e prodotti igienizzanti. Inoltre sono a disposizione 50 posti letto in diverse strutture cittadine, che saranno informati e sensibilizzati sul rischio di contagio da Covid 19.

Lilia Ricca

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