Politica

Commissione Segre: di cosa si occuperà?

Nonostante le polemiche per i 98 astenuti, la Commissione promossa da Liliana Segre è stata approvata dal Senato: ecco i compiti che svolgerà e le premesse ideologiche alle sue spalle.

Tutti in piedi e un lungo applauso: così è stata approvata in Senato – con 151 voti a favore, nessun contrario e 98 astenuti – l’istituzione della Commissione Segre, al centro di numerose polemiche in questi giorni soprattutto per la mancata unanimità della votazione.

Ma di cosa si occuperà di fatto la Commissione fortemente voluta dalla senatrice Liliana Segre, superstite di Auschwitz? Il testo integrale del documento spiega: «La Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche. Essa controlla e indirizza la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale relativi ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e di istigazione all’odio e alla violenza, nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico-nazionale, religioso, politico e sessuale. La Commissione svolge anche una funzione propositiva, di stimolo e di impulso, nell’elaborazione e nell’attuazione delle proposte legislative, ma promuove anche ogni altra iniziativa utile a livello nazionale, sovranazionale e internazionale».

In sostanza la Commissione Parlamentare, formata da 25 componenti (compreso il Presidente, due vice presidenti e due segretari), ha il compito di raccogliere dati sul fenomeno dell’intolleranza e del razzismo, studiarlo e promuovere e/o contribuire a proposte legislative sulla base delle conoscenze così acquisite.

L’urgenza del provvedimento è segnalata già in fase d’apertura: negli ultimi anni le manifestazioni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo sono in crescente diffusione, grazie anche all’utilizzo del web: «Parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze; essi, anche se non sempre sono perseguibili sul piano penale, comunque costituiscono un pericolo per la democrazia e la convivenza civile. Si pensi solo alla diffusione tra i giovani di certi linguaggi e comportamenti riassumibili nella formula del “cyberbullismo”, ma anche ad altre forme violente di isolamento ed emarginazione di bambini o ragazzi da parte di coetanei».

Entro il 30 giugno di ogni anno, la Commissione dovrà quindi consegnare al Governo e alle Camere una relazione sull’attività svolta, esponendo conclusioni e proposte. Essa può anche «segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca».

La nascita della Commissione si inserisce, secondo il testo della mozione, entro un movimento più ampio che ha visto il Consiglio d’Europa istituire la “No hate parliamentary alliance” al fine di riunire parlamentari di tutti i Paesi impegnati, a livello nazionale e internazionale, contro l’odio in tutte le sue forme e in particolare contro i discorsi d’odio. Su di questi, tuttavia, vige un certo grado di incertezza: una definizione ben precisa di “hate speech” ad oggi non esiste giacché la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha usato la dicitura per la prima volta l’8 luglio 1999, l’ha evitata per non limitare il suo futuro raggio d’azione. L’approccio, dunque, è stato quello di vagliare uno ad uno i casi concreti di “hate speech” , che la CEDU divide in categorie: razziali, sessuali, religiosi, etnici o politici.

La mancanza di definizione precisa lascia naturalmente campo libero all’arbitrarietà: «gli hate speech sono difficili da definire e suscettibili di applicazioni arbitrarie – dichiara il testo della mozione -, i codici penali di molti Stati membri, infatti, con riferimento all’incitamento alla violenza o all’odio, utilizzano svariate terminologie e di conseguenza vari criteri di applicazione. Gli aspetti più divergenti fra le varie legislazioni dipendono per lo più dai seguenti fattori: il peso attribuito all’intento, alla motivazione, allo strumento di comunicazione prescelto, al contesto e alle conseguenze prevedibili in date circostanze. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa definisce gli hate speech come le forme di espressioni che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o più in generale l’intolleranza, ma anche i nazionalismi e gli etnocentrismi, gli abusi e le molestie, gli epiteti, i pregiudizi, gli stereotipi e le ingiurie che stigmatizzano e insultano».

L’incitamento è una categoria variegata che va dagli atti di violenza all’elogio di accadimenti passati, come la Shoah; dal sostegno ad azioni quali l’espulsione di un gruppo dal Paese alla divulgazione di materiale ed idee offensive contro quel gruppo, che pure incitino a discriminazioni e violenze.

Il documento fa riferimento anche al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, norma fondamentale contro ogni forma di odio, che prevede il divieto per legge di ogni propaganda alla guerra, all’odio nazionale, razziale o religioso che possa costituire forma di incitamento alla discriminazione o alla violenza. Anche il CERD, Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale, pur non usando l’espressione hate speech, ne ha identificato le manifestazioni: discorsi orali o scritti, veicolati dal web e dai mass media, attraverso simboli o immagini. Una precisa definizione è resa difficile dal fatto che la Convenzione ha stabilito vari standard di protezione, definendo la discriminazione come qualsiasi distinzione basata sull’etnia, sul colore o sulla nazionalità, con lo scopo o l’effetto di annullare o indebolire il godimento dei diritti umani.

L’Unione europea ha adottato la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio del 28 novembre 2008, secondo cui gli Stati membri devono garantire la punizione dei discorsi di incitamento all’odio, intenzionali e diretti, contro un singolo o un gruppo, per ragioni etniche o religiose, nonché l’istigazione pubblica alla violenza o all’odio, l’apologia o la negazione di genocidi e crimini contro l’umanità e di guerra.

L’Italia ha un’ampia tradizione alle spalle in materi; ultimo anello la “legge Fiano” contro ogni forma di apologia del fascismo, la cui approvazione è stata impedita dall’interruzione della legislatura.

Gina Lo Piparo

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Gina Lo Piparo

Laureata in Scienze dell'antichità, ama la natura, i viaggi, la poesia, l'arte, la scrittura e Dio, fonte di tutte queste cose. Missionaria, crede nei valori cristiani, che intende come uno stile di vita concreto, reale e rivoluzionario.

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