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Come viene visto lo straniero dalla Bibbia ebraica?

(di Francesco Maggio). Come è già acclarato, per noi Cristiani è fondamentale riconoscere l’importanza dell’accoglienza e della testimonianza a favore degli stranieri presenti tra noi, a prescindere dalla provenienza.

Questo articolo però va oltre questo assunto basilare e mira ad analizzare il pensiero biblico in merito alla transitorietà degli stranieri. Una breve riflessione, sperando che i più interessati fra i lettori siano rispettati e accontentati.

In Matteo 25 Gesù, parlando del giudizio finale, dice: «Ero forestiero, e mi avete ospitato…», oppure «ogni volta che avete fatto questo a uno solo dei miei fratelli più piccoli, lo avete a me…». Accogliere lo straniero è una delle realizzazioni dell’amore che non ha limiti e che si riversa su tutti, indistintamente. Quando Gesù riassume la Legge e profeti lo fa dentro la regola d’oro «Tutto quello che volete chi gli uomini facciano per voi, fatelo a loro» (Matteo 7:12). Un esempio pratico lo troviamo nella parabola del Samaritano, che veniva considerato uno straniero a metà tra zûr e nokri; infatti i samaritani venivano discriminati dall’antico popolo d’Israele. Tuttavia il samaritano della parabola, quando vede un ebreo disteso a terra, invece di contraccambiare l’indifferenza e la freddezza, lo soccorre, superando così tutte le barriere etnico-religiose e mettendo in pratica il carisma più alto (Luca 1:36).

Lo straniero nell’Antico Testamento

Ad una osservazione attenta, la Bibbia ebraica (Antico Testamento), riferendosi al termine ‘stranieri’, distingue almeno tre principali declinazioni, che traslitterate si possono pronunciare all’incirca come segue:

  • Zûr – Lo straniero lontano, l’estraneo, il diverso;
  • Nokri – Lo straniero di passaggio (non residente, irregolare o il clandestino);
  • Gēr – Lo straniero residente, dalla seconda generazione, inserito nel tessuto sociale;

Lo straniero nel Nuovo Testamento

Con la Sua Missione Cristo ha abbattuto le tipologie di ‘straniero’ in vigore nell’Antico Testamento. Egli si è spinto fino a comandare a noi suoi discepoli «Ama il tuo nemico… fate del bene e pregate per coloro che vi odiano… se amate solo coloro che vi amano… ecc.».

Egli è venuto perciò ad annunciare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Anche la promessa di Dio rivolta ad Abramo «in te saranno benedette tutte le genti» trova il suo compimento attraverso il Figlio di Dio.

Conclusione

Ben sappiamo di essere tutti stranieri e pellegrini dato che «non abbiamo quaggiù una città stabile, ma attendiamo la città futura» (Ebrei: 13,14) non ci vantiamo della nostra nazionalità terrena, proprio perché Gesù ha abbattuto ogni frontiera; senza più distinzione di nazionalità o tipologia di straniero (zûr, nokri o gēr). Egli infatti rivolge il suo invito a tutti i gentili: «bussate e vi sarà aperto» ed anche «Io sono alla porta e picchio…». È lo Spirito di Colui che da la vita a tutti, a spingerci e ad aprire la porta del nostro cuore a chi bussa.

Bisogna però chiarire che – sebbene siamo chiamati ad accogliere gli stranieri – noi credenti siamo chiamati a discernere fra l’accoglienza delle persone e il sincretismo religioso con l’Islam che può inavvertitamente ramificarsi fra noi. Dei popoli migrando portano recano con sé, moltissime idee confuse sul Cristianesimo, intrise di generalizzazioni e campanilismi, udite dai loro paesi di provenienza o invettive e pregiudizi contro i cristiani. Anche il linguaggio religioso è apparentemente molto simile fra musulmani e cristiani. Come districarsi da questa confusione?

A noi, ove possibile, va anche il dovere di evangelizzarli nell’adempimento del Grande Mandato (come ordinatoci da Cristo, Matteo 28:19).

Francesco Maggio
Apologeta specializzato per il confronto inter-religioso con l’Islam.
Consulente – Esperto della religione e della cultura islamica.

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