Climate Action Summit: via all’assemblea ONU per il dramma ambientale

di VoceControCorrente

Il segretario generale delle Nazioni Unite è chiaro, ormai è questione di sopravvivenza. Dure le previsioni per il futuro del pianeta, se non si corre rapidamente ai ripari si rischia il collasso.

(di Gina Lo Piparo) Ci siamo. Oggi è finalmente il giorno dell’atteso Climate Action Summit, l’assemblea generale delle Nazioni Unite che accoglierà presidenti e capi di governo da tutto il mondo per discutere le mosse da attuare in difesa del pianeta.

Il Presidente Giuseppe Conte e il ministro dell’ambiente Sergio Costa rappresenteranno l’Italia a New York, all’interno della riunione globale che si pone come obiettivo primario quello di una rapida quanto concreta azione da parte di tutti i membri presenti: «Gli obiettivi sono molto ambiziosi, perché lo richiede l’emergenza in corso – ha dichiarato a La Stampa Luis Alfonso de Alba, inviato del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres – . Non abbiamo più tempo per negoziare, il vertice deve rappresentare l’inizio di un nuovo processo per implementare gli impegni presi. Ma quelli di Parigi non bastano più, perché nel frattempo la situazione è peggiorata. Quindi se vogliamo davvero contenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, gli Stati dovranno raddoppiare o anche triplicare le loro iniziative concrete».

I dati ONU disegnano un quadro poco rassicurante. Il livello del mare s’innalza, la barriera corallina muore, le temperature invernali dell’Artico schizzano a 3 gradi in più rispetto a poco meno di trent’anni fa, l’estate si fa sempre più torrida: non si tratta più – ormai – di emergenza ambientale, ma di una questione di sopravvivenza, strettamente connessa a tensioni politiche e fenomeni migratori, generati dalla scarsità delle risorse e dai danni inferti dalle mutazioni climatiche.

La prospettiva auspicata dalle Nazioni Unite è quella di una azione tempestiva che consenta di mantenere l’innalzamento della temperatura nei prossimi dodici anni entro la soglia dei 2 gradi centigradi (preferibilmente degli 1,5 gradi), stabiliti dall’accordo di Parigi del 2015. Per questo sono stati richiesti piani di lavoro realistici che consentano alle varie nazioni di accrescere i rispettivi contributi nazionali entro il 2020, dal momento che – se l’andazzo attuale dovesse continuare – entro la fine del secolo il surriscaldamento arriverebbe ai 3,2 gradi centigradi.

Gli obiettivi sono chiari: «Non costruire più centrali elettriche a carbone dopo il 2020, ma nello stesso tempo i Paesi che lo estraggono dovrebbero anche smettere di esportarlo – ha dichiarato de Alba -. Cancellare tutti i sussidi statali per l’energia fossile, altrimenti si continuerà ad alimentarla, ed investire invece i soldi nelle fonti rinnovabili che possono rimpiazzarla. I governi devono presentarsi con piani concreti per aumentare i contributi nazionali alla lotta contro il riscaldamento globale da subito, entro il prossimo anno. E questi piani dovranno essere in linea con l’impegno a ridurre le emissioni dei gas serra del 45% in un decennio, e arrivare a zero emissioni nel 2050».

Non sarà facile, le resistenze sono parecchie. Gli Stati Uniti, ad esempio, dopo essere usciti dagli accordi di Parigi non saranno presenti oggi al Summit; il presidente Trump parteciperà all’evento che ha organizzato contro le persecuzioni religiose. Grande attesa, dunque, per il suo intervento previsto per domani, quando nel pomeriggio si terrà anche il discorso del Premier Conte, che presenterà il piano per migliorare la digitalizzazione delle infrastrutture e ridurre gli sprechi di elettricità.

Gina  Lo Piparo

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