Orrore in Cina, stupri e torture all’interno dei ‘campi di rieducazione’

di Naomi Mezzasalma

È quanto emerge dai racconti dei pochi prigionieri che riescono a sopravvivere e fuggire all’estero.

Abusi sessuali, aborti forzati, torture e umiliazioni. Sono solo alcune delle violenze perpetrate all’interno dei ‘campi di rieducazione’ cinesi, nei quali si presume che siano detenuti oltre 1,5 milioni di persone. La loro colpa è quella di appartenere ad un’etnia “sbagliata” o di sostenere religioni e opinioni politiche non conformi al sistema di Stato.

I prigionieri, tutti con la testa rasata, sono costretti a vivere insieme in una piccola stanza, incatenati anche quando dormono, condividendo un secchio come bagno, con le telecamere che li spiano in ogni momento. Sono sottoposti alla propaganda, costretti a confessare ‘peccati’ e subiscono torture come chiodi di metallo, unghie estratte e scosse elettriche nella cosiddetta ‘stanza nera’. Sono, inoltre, costretti a sottoporsi a sperimentazione medica, che in alcuni casi ha causato sterilità. Tra le torture praticate, sembra esserci anche il prelievo forzato di organi dai prigionieri, mentre sono ancora vivi. FONTE.

Testimone di questi orrori, Sayragul Sauytbay, un’ex insegnante, musulmana, che è fuggita dalla Cina e oggi vive in Svezia, dove le è stato concesso l’asilo. La donna è stata separata da marito e figli, che sono riusciti a scappare nel vicino Kazakistan, mentre lei non è riuscita ad ottenere un visto d’uscita.

LEGGI ANCHE: In India nemmeno i poliziotti proteggono più i cristiani.

«Nel gennaio 2017 – ha raccontato – hanno iniziato a prendere persone che avevano parenti all’estero. Sono venuti a casa mia di notte, mi hanno messo un sacco nero in testa e mi hanno portato in un posto che sembrava una prigione. Sono stata interrogata da agenti di polizia, che volevano sapere dove fossero mio marito e i miei figli e perché fossero andati in Kazakistan. Alla fine dell’interrogatorio mi è stato ordinato di dire a mio marito di tornare a casa e mi è stato proibito di parlare dell’interrogatorio».

Nel novembre 2017 è avvenuto l’arresto. La donna è stata rinchiusa in un campo di rieducazione e costretta a firmare un contratto, pena la morte. Tra gli obblighi, quello di insegnare canzoni di propaganda cinese. Come cibo, non veniva dato nient’altro che zuppa acquosa e una fetta di pane, e solo il venerdì ricevevano carne di maiale, in sfregio all’obbligo di astensione praticato nell’islam.

Alcuni detenuti hanno inoltre subito torture all’interno della ‘stanza nera’. «Alcuni prigionieri sono stati appesi al muro e picchiati con manganelli elettrificati. C’erano prigionieri che venivano fatti sedere su una sedia di chiodi – ha dichiarato. Ho visto persone tornare da quella stanza ricoperte di sangue. Alcuni sono tornati senza unghie». Altri hanno avuto la pelle scuoiata o sono stati picchiati per reati minori.

E poi c’erano gli abusi sessuali nei confronti delle donne. «Ogni giorno i poliziotti portavano con sé le belle ragazze e non tornavano nelle stanze tutta la notte ha continuato la Sauytbay – La polizia aveva un potere illimitato. Potevano prendere chiunque volessero. Ci sono stati anche casi di stupro di gruppo. In una delle lezioni a cui ho insegnato, una di quelle vittime è entrata mezz’ora dopo l’inizio della lezione. La polizia le ha ordinato di sedersi, ma non ce la faceva proprio, così l’hanno portata nella stanza nera per punizione. Un’altra donna ha dovuto confessare i suoi peccati di fronte ad altri 200 prigionieri. Quando ha finito di parlare, i poliziotti le hanno ordinato di spogliarsi e l’hanno semplicemente violentata uno dopo l’altro, davanti a tutti. Mentre la violentavano, hanno controllato per vedere come stavamo reagendo».

LEGGI ANCHE: Omicidio Luca Sacchi, Anastasia aveva 70mila euro in tasca.

«Le persone che hanno girato la testa o chiuso gli occhi, e quelle che sembravano arrabbiate o scioccate, sono state portate via e non le abbiamo mai più viste. È stato terribile. Non dimenticherò mai la sensazione di impotenza, di non essere in grado di aiutarla. Dopo che è successo, è stato difficile dormire di notte».

La testimonianza di Sayragul Sauytbay non è purtroppo l’unica. Gulzira Mogdyn, cittadina sia kazaka che cinese, ha raccontato al Washington Post di essere stata costretta ad abortire il suo quarto figlio, senza nemmeno usare l’anestesia.

«Due esseri umani sono morti in questa tragedia, io e il mio bambino» – ha dichiarato. Un’altra donna uigura, Ruqiye Perhat, ha detto di essere stata ripetutamente violentata dalle sue guardie cinesi e, quando è rimasta incinta, è stata costretta ad abortire.

Oggi Sayragul Sauytbay vive in Svezia, da dove ha deciso di lottare per aiutare tutti coloro che sono ancora prigionieri. «Sono innocenti. Devo raccontare la loro storia, parlare dell’oscurità in cui si trovano, della loro sofferenza» – ha spiegato. «Il mondo deve trovare una soluzione, in modo che il mio popolo possa vivere in pace. I governi democratici devono fare tutto il possibile per far smettere alla Cina di fare ciò che sta facendo nello Xinjiang».

Naomi Mezzasalma

LEGGI ANCHE: Cosa succede al nostro corpo se mangiamo mandorle ogni giorno.

Ti è piaciuto l'articolo? Sostienici con un 'Mi Piace' sulla nostra pagina Facebook!

Articoli Correlati