In Cina anche i musulmani sono perseguitati, rinchiusi in campi di lavoro forzato

di Filippa Tagliarino

La diffusione di documenti segreti del governo cinese, ottenuti dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e pubblicati il 24 novembre da diciassette gruppi stampa di tutto il mondo, rivelano che più di un milione di musulmani uiguri si trovano internati in Cina in campi di indottrinamento e di lavoro forzato.

Secondo le Nazioni Unite, le informazioni riservate mostrerebbero i dettagli delle loro condizioni di detenzione nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest del Paese.

Pechino fa sapere che si tratta di semplici centri di rieducazione e formazione dalla durata di un anno, ma, dai documenti trapelati, si evince un brutale trattamento che difficilmente fa pensare ad una detenzione cordiale. Gli ‘studenti’, che indossano gli stessi indumenti, con teste rasate, sono costantemente videosorvegliati   rigide linee guida ne impediscono la fuga.

Nonostante la Cina abbia più volte affermato che nello Xinjiang non esistano campi di concentramento e che le persone presenti siano soltanto volontari che prendono parte alle attività, gli attivisti per i diritti umani accusano Pechino di gestire campi di concentramento volti al genocidio culturale nei confronti dei musulmani uiguri.

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Le autorità cinesi, in questo modo, sperano che la popolazione musulmana di lingua turca lasci l’Islam per abbracciare l’ideologia del Partito Comunista. Questo è ciò che riferisce la professoressa Vanessa Frangville, capo della cattedra di studi cinesi presso la Libera Università di Bruxelles, intervistata da Radio Canada.

Gli uomini tra i 20 e i 60 anni sono particolarmente colpiti. Ex detenuti hanno raccontato di aver subìto torture e di essere stati obbligati a mangiare carne di maiale nonostante il loro Credo.

Per il ricercatore tedesco Adrian Zenz questo sarebbe il più grande internamento di massa etnoculturale dalla seconda guerra mondiale.

Filippa Tagliarino

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