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Calo demografico, è come se fosse scomparsa l’intera città di Palermo

I dati Istat i continuano a denunciare la drammatica situazione del nostro Paese

a cura di Sandro Oliveri

Se i dati Istat dell’anno scorso avevano già tracciato un quadro sconfortante sulla condizione demografica della popolazione italiana, il report aggiornato, diffuso nella giornata di ieri, non offre di certo una migliore prospettiva: per la prima volta negli ultimi novant’anni, la nostra nazione si trova in fase di grave declino demografico; in pratica, continuando così, si va inesorabilmente verso l’estinzione!

La popolazione, dal 2014 al 2018, è diminuita di 677 mila persone: una perdita pari alla scomparsa di una città grande come Palermo. Secondo le rilevazioni dell’Istituto di Statistica, gli Italiani a fine 2018 erano 55 milioni 104 mila, esattamente 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (- 0,4%).

La causa di questo calo spaventoso è, come reso noto dal rapporto Istat di cui già discusso qualche giorno fa (clicca qui per leggere l’articolo), conseguenza del crescente divario tra le nascite – che nel 2018 sono state per l’esattezza 439.747, delle quali solo 359 mila da genitori italiani, con un calo di oltre 18 mila unità rispetto all’anno precedente – e le cancellazioni (decessi ed espatri), che sono state oltre 633 mila. Un forbice di tale portata, peraltro in costante aumento, dà la misura di quanto grave sia la situazione. Il fenomeno è stato definito dagli addetti ai lavori con varie espressioni, che vanno dalla “bomba demografica” al “suicidio demografico” fino alla “peste bianca”, ma quella più utilizzata è stata “inverno demografico”, costantemente adoperata dal Prof. Massimo Gandolfini, portavoce del CDNF e organizzatore dei “Family day”. Oggi, tuttavia, riteniamo tale definizione troppo eufemistica, considerando più appropriato parlare di “inferno demografico”, più che di semplice inverno,  specie se consideriamo che nel 1970 le nascite erano pari a 1.070.000 unità.

La riduzione della popolazione di 235 mila unità l’anno determina una proiezione matematica di estinzione nell’arco di circa 200 anni, ma considerando che la forbice è in costante aumento, si può considerare tale previsione molto ottimistica!

Diminuzione delle nascite, aumento dei decessi, aumento dell’aspettativa di vita (gli ultranovantenni, 400 mila nel 2000, erano già 727 mila nel 2016) comportano, oltre la conseguenza già evidenziata dell’estinzione, il passaggio per una società sempre più composta da anziani dove diminuisce la generazione Core (20/39 anni), ossia quella considerata produttiva.

L’esempio più grave al mondo, attualmente, è il Giappone, dove le scuole si convertono in ospizi, il 40% della popolazione ha più di 65 anni e si parla già di “civiltà fantasma”. Nel 2018 le case vuote erano 10 milioni e tra 15 anni si prevede che diventino 20 milioni!

In Italia le politiche attuali scoraggiano, anziché incoraggiare, le nascite, basti solo pensare agli aborti: ogni anno ne vengono praticati 100 mila, basterebbe solo questo per ridurre sensibilmente il fenomeno.

Per avere una popolazione stabile necessita un indice di natalità a 2,1, ma in Italia siamo all’ 1,3  mentre gli immigrati si attestano su valori da 3,5 a 4.

Da qui ai prossimi quaranta o cinquant’anni si assisterà alla supremazia schiacciante dei settantenni sui ventenni. Con conseguenze catastrofiche per il welfare, soprattutto nella sanità e nelle pensioni, il cemento che ha tenuto insieme la società del benessere così come l’abbiamo conosciuta. L’Italia e l’Europa muoiono perché hanno rifiutato la vita preferendo le culture della morte.

Prepotente sorge la domanda: può un paese di vecchi avere un ruolo sulla scena internazionale? Nel 2050 due italiani su tre e tre giapponesi su quattro saranno anziani!

Ogni anno arriveranno, come un bollettino di guerra, i rapporti dell’Istat e con la fine della riproduzione biologica, fisica, rischia di cessare anche quella culturale. È, in altre parole, una civiltà che rischia di perdere la propria continuità storica. Non per un’azione esterna, non per un cataclisma, ma per un lento suicidio.

Cosa fare per invertire questo terribile trend?  Innanzitutto bisogna che la politica modifichi l’attuale visione del tema, considerandolo non più argomento rientrante nella sfera privata, bensì in quella pubblica, in quanto da esso dipende il bene comune. Bisogna che si passi dal concetto di assistenzialismo, che ha caratterizzato finora i pochi interventi per la famiglia, la natalità etc., al concetto di investimento, di bene sociale da difendere, di bene pubblico da tutelare.

A ciò vanno aggiunte azioni utili a rimuovere il sentimento diffuso secondo il quale, oggi, avere dei figli è un lusso che solo pochi possono permettersi.

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