Bibbiano non è solo a Bibbiano: altri tre terribili casi da un’altra parte d’Italia

di VoceControCorrente

La vicenda di Bibbiano è iniziata lo scorso 27 giugno con l’esecuzione di una serie di misure cautelari per vari affidi illeciti. Da lì lo scandalo si è esteso in altre parti del Paese, come a Genova.

(di Lilia Ricca) «Te l’ho messa fortissima, ecco. Tu non te ne accorgi neanche, ma cancella tutti i brutti i ricordi, si usa anche con i reduci di guerra dell’Afghanistan dell’Iraq».

Quella riportata è una delle scioccanti registrazioni agli atti dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni‘ di Bibbiano. La voce registrata è quella della terapeuta che sta svolgendo con uno dei piccoli una seduta di rimozione dei ricordi negativi, legati al periodo in cui il piccolo viveva con i genitori naturali. Lo strumento, chiamato la ‘macchinetta per cancellare i ricordi‘, che ‘viene da New York’, altro non è che l’EMDR, un piccolo apparecchio utilizzato in psicoterapia per rilassare il paziente. Secondo gli inquirenti è uno dei tanti modi con cui gli operatori manipolavano i ricordi e la volontà delle piccole vittime.

L’INIZIO DELLO SCANDALO

Facciamo un passo indietro. La vicenda di Bibbiano è iniziata lo scorso 27 giugno con l’esecuzione di una serie di misure cautelari a carico di operatori e altri soggetti coinvolti a vario titolo in un sistema di affidi illeciti. L’inchiesta della Procura di Reggio Emilia, denominata ‘Angeli e demoni’, ha ricostruito un meccanismo vizioso in cui attraverso colloqui manipolativi e relazioni falsificate, si arrivava alla sottrazione di minori dalle famiglie di origine, e all’affido a coppie ‘favorite’. Tutto è partito da «un aumento esponenziale anomalo delle segnalazioni di abusi sessuali su minori provenienti dal Servizio sociale dell’Unione dei Comuni della Val d’Enza, con corrispondente emanazione di provvedimenti di allontanamento», come ha scritto il GIP nell’ordinanza ormai nota. Sotto la lente, il gruppo di psicoterapeuti e operatori sociali della Hansel e Gretel, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e altri professionisti per un totale di 29 indagati iscritti in registro. E tra le accuse, quelle di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso e lesioni personali gravissime.

DA BIBBIANO ALLA LIGURIA

Da Bibbiano lo scandalo si allarga in Liguria. Arrivano da Genova, altri casi analoghi come quello di mamma Laura, che sottoscrive il verbale dell’udienza conclusiva, per cui non le avrebbero più tolto il bambino di poco meno di due anni, nato da una burrascosa relazione con un marito col quale condivideva solo problemi di tossicodipendenza. La coppia aveva già perso due figlie, andate in affidamento, il terzo bimbo era dichiarato adottabile dal Tribunale dei minori di Genova. La donna è certa che non le toglieranno pure il piccolo S. quando i giudici della Corte d’appello le chiedono la disponibilità a «entrare in comunità con il minore seguendo le disposizioni dei giudici». E lei, ventottenne, con la speranza di tornare a casa con il proprio figlio, appone la propria firma. Quello che succede dopo è molto diverso da ciò che la donna aveva immaginato. Qualche giorno dopo, la stessa firma, Laura l’avrebbe apposta a una denuncia contro i cinque magistrati che hanno scelto di affidare il figlio ai servizi sociali del Comune di Genova. A tradimento, secondo la donna. Perché la sentenza, sostiene, era già pronta, e la discussione finale sarebbe stata solo una finta. Assistita da un avvocato penalista, la donna ha depositato nei giorni scorsi in Procura, a Genova, una denuncia per falso ideologico e abuso d’ufficio.

Il ragionamento della mamma è semplice: la sentenza riporta la stessa data dell’udienza collegiale. In poche ore di camera di consiglio, come afferma la donna nell’esposto, i giudici non possono aver discusso e compilato le 14 pagine del verdetto, letto e valutato le oltre 120 pagine della consulenza tecnica d’ufficio (richiamandola 26 volte nel provvedimento), le relazioni dei servizi sociali e quella del direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Asl 1 che ha in cura la giovane madre. Il verdetto menziona poi «quattro diverse sentenze della Cassazione» e le posizioni delle parti provenienti da altri due fascicoli paralleli: il papà e i nonni paterni si erano costituiti contro la conferma del giudizio di primo grado, sostenuto invece dagli assistenti sociali, per un totale di altre centinaia di pagine da leggere e approfondire.

Possibile che i giudici siano riusciti a valutare tutto questo materiale in così poco tempo, pur sapendo che da quelle scelte dipendeva la vita di un bambino di appena due anni? La risposta di mamma Laura è no. «Sembra quasi che la sentenza, firmata e datata, sia stata scritta prima dell’udienza collegiale, e non sia frutto di una regolare e approfondita riunione in camera di consiglio», accusa la donna. Soprattutto perché non si fa mai riferimento alla proposta dei giudici di trasferirsi in comunità con il bambino, nonostante l’impegno messo nero su bianco dalla stessa Laura. Come mai? «La Corte era ovviamente libera di cambiare idea in camera di consiglio, ma a questo punto perché non fare alcuna menzione in sentenza di un passaggio così importante per la madre e per suo figlio. Mio figlio viene quindi dato in adozione nonostante in aula, in sede di udienza, mi fosse stata data la possibilità di entrare in comunità con lui», dichiara la donna.

DALILA

Un altro caso è quello di Dalila, alla quale 13 agenti di polizia hanno sottratto il figlio all’uscita dall’allenamento di calcetto dietro la minaccia, sostiene lei, di un taser (la pistola elettrica). Davanti a tutti. Con un furgone blindato ad attendere un dodicenne trattato come un latitante. Da cinque mesi, il ragazzino si trova in una comunità in Piemonte, a 200 chilometri da casa. In attesa che il tribunale decida se affidarlo alla cugina della mamma, che si è resa disponibile ad accoglierlo nella sua famiglia, o ai nonni materni dove prima viveva. Il minore è già scappato una volta dalla struttura di accoglienza. Si è lanciato dal secondo piano rischiando di morire o di restare paralizzato. Ha preso un treno per tornare a Genova, ma è stato fermato dalla polizia ferroviaria che ha avvisato i genitori e le forze dell’ordine. Quando è stato interrogato, ha spiegato di essere evaso dalla comunità come gli aveva consigliato uno dei poliziotti che lo aveva preso in custodia.

Dalila ha deciso di rivolgersi all’avvocato del foro di Genova, Lars Markus Hansen, per chiedere la revisione del processo. Tutto incentrato sulle valutazioni molto negative dello psicologo che ha in cura il bambino. «Esagerava su tutto per aggravare la nostra situazione», sostiene la donna. Come nell’inchiesta della Procura di Reggio Emilia sui minori sottratti ai genitori a Bibbiano, pure in questa storia l’incubo inizia con un disegno. Il dodicenne avrebbe fatto il suo ritratto sotto la pioggia, senza occhi nè mani. «Mancanze gravissime», secondo lo psicologo che per questo ha deciso di tenere il minore fuori dalla portata del papà, che però già se ne disinteressava, e della madre, della cui dipendenza da stupefacenti il ragazzino viene informato proprio dal terapeuta, che gli racconta anche delle difficoltà di curarla in un Sert. Provocando di fatto una rottura tra madre e figlio.

Dati statistici affermano come la Liguria risulti essere la prima regione in assoluto per minori allontanati, con «più dello 0,5% di affidi e/o internamenti in istituto sulla popolazione minorile, circa il doppio della media nazionale», spiega l’avvocato Hansen, fondatore e dirigente del Comitato ‘Salviamoli da Erode’. «Se questa percentuale nasconda o meno una precisa scelta ideologica, che privilegi soluzioni alternative rispetto al supporto della famiglia naturale, non è dato sapere. Ma il sospetto è plausibile», continua. E aggiunge: «Riteniamo indispensabile un approfondimento nel merito e nella sostanza da parte delle autorità competenti e supporteremo le persone coinvolte per il riconoscimento e la conseguente repressione, quando se ne confermi la veridicità, di eventuali irregolarità da parte degli enti pubblici preposti, in relazione alla perdita o riduzione della potestà genitoriale». Per questo motivo, conclude «Il Comitato si è prefisso l’obiettivo di raccogliere e monitorare informazioni e testimonianze, denunciando i casi di abusi o maltrattamenti».

GIOVANNI

Un ultimo caso arriva da Giovanni, un operaio di 58 anni che, dopo 35 anni di matrimonio, non può più vedere il figlio portatore di handicap. Un giorno, come accade al signor K. del Processo di Franz Kafka, due poliziotti e due assistenti sociali gli portano via il ragazzo da scuola senza un apparente motivo. Quarantotto ore dopo, il Tribunale dei minorenni lo accusa di violenze fisiche e psicologiche sulla consorte e sul minore, nel mentre trasferito in una struttura protetta di La Spezia. Nessuno ha convocato Giovanni, nessuno gli ha detto dell’avvio di un iter giudiziario, tutto si è messo in moto indipendentemente da lui. Giura alla polizia di non aver fatto nulla, decide di denunciare l’abuso in tv. Prende contatti con una redazione locale e quando preannuncia la sua intervista alle assistenti sociali, queste lo invitano alla cautela. «Stia attento ai passi che fa», è l’avvertimento. Lui capisce, e rinuncia. Ora cerca – attraverso un ricorso all’autorità giudiziaria – di conoscere le accuse che lo continuano a tenere lontano dal figlio. Ha il sospetto che la psicologa e l’assistente sociale responsabili della cura del minore abbiano tenuto un comportamento “professionalmente non corretto”. Il primo incontro con il figlio, come racconta il padre, dopo settimane, è stato fissato da parte degli assistenti sociali, su un foglietto bianco, scritto a penna. Come quelli che si usano in salumeria. Un gesto che quasi annienta l’amore del padre verso un figlio.

Lilia Ricca

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