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Aborto: se lo vedi, lo rifiuti. L’idea di un giornalista per mostrare la verità

Il punto di vista è sempre un elemento fondamentale per ‘leggere’ correttamente una storia, una circostanza, un fatto.

Ed è su questo concetto che il giornalista irlandese John Waters fa leva per parlare di aborto in First Things’ – ‘Non disinfettare l’aborto’.

Da quale punto di vista ‘leggiamo’ la questione? Dal punto di vista del dibattito politico sulla ‘maternità consapevole’ o sui ‘diritti riproduttivi’ o sugli ‘ammassi di cellule’?

Oppure ‘leggiamo’ l’aborto con i nostri occhi…?

«Un conto è parlare, immaginare, sostenere – afferma John Waters – un conto è vedere effettivamente cosa succede, perché se lo vedi, se vedi effettivamente vedi cosa e come succede, allora lo rifiuti».

«Ricordo vividamente – continua il giornalista – la prima volta che ho visto una vittima dell’aborto con i miei occhi. Sarebbe sbagliato dire che ho visto il piccolo essere umano faccia a faccia, perché non aveva più un viso. Quella che una volta era stata una persona perfettamente formata era stata ridotta a una macchia di sangue su una spugna blu, e l’unica parte del corpo ancora identificabile dopo essere stata aspirata attraverso un tubo di plastica era un braccio singolo e traslucido. Probabilmente il braccio non era lungo più di mezzo o tre quarti di pollice e le dita erano perfettamente aperte. Ricordo di aver pensato che sembrava agitarsi e si sentiva in qualche modo rimproverata».

Waters scrive inoltre: «Qualcuno di recente mi ha inviato un video di un bambino di forse due mesi di gestazione. Il bambino era sopravvissuto a un aborto, maltrattato, ma era nato vivo. Il corpo ancora vivo, in una capsula di Petri, e due donne lo ispezionano. Una di loro pungola e infierisce sul corpo del bambino con le dita guantate di bianco mentre il bambino cerca di eluderli, muovendo le mani per coprirsi il viso come se già sospettasse tutto il male del mondo. Quello che ho sentito guardandolo non era solo orrore o pietà, ma un senso di affronto metafisico nel dover osservare un altro essere umano in questa situazione indicibile».

Sull’aborto puoi essere “pro” o “contro”, puoi avere le tue idee specifiche, ma certamente su una cosa possiamo essere tutti d’accordo con Waters: una volta che vedi l’aborto, non puoi più pensarla allo stesso modo, ti tocca, ci pensi, rifletti.

Noi di vocecontrocorrente.it per scrivere questo articolo abbiamo voluto vedere ‘cose’ che per proteggere la sensibilità dei nostri lettori non potremmo mai pubblicare…

Lo scrittore sostiene che alla vista di determinate immagini, quelle vere, quelle che difficilmente vedi online, la sola parola «aborto evocherà per sempre orribili immagini di bambini assassinati, bambini che ci rimproverano per la loro evidente innocenza e il nostro evidente fallimento nel proteggerli. È per questo che le persone vogliono così tanto tenere fuori dal dibattito le fotografie delle vittime dell’aborto: perché con le vittime nascoste, possono continuare a perpetuare la finzione che si tratti solo di una discussione relativa alle aule di parlamento o alle conferenze sul tema».

Il saggio commovente di Waters ci ricorda una scena del pluripremiato documentario/denuncia ‘One Child Nation’ sulla politica cinese del ‘figlio unico’ che ha portato all’aborto di milioni e milioni di bambini, spesso anche con la forza. Un’immagine di una madre sconvolta con il suo bambino macellato che giace accanto a lei sul letto, ucciso dagli ufficiali statali che lo hanno strappato letteralmente dal suo grembo.

Il regista ha anche parlato con un artista cinese di nome Peng Wang, che ha messo un bambino abortito che ha trovato nella spazzatura in un barattolo di formaldeide. Il cameraman, zoomando sul barattolo, inquadra il bambino che ‘riposa’ quasi pacificamente nella soluzione chimica. Il bambino appare etereo e sembra che possa svegliarsi da un momento all’altro, come se fosse lì e non, allo stesso tempo. Dita perfette si arricciano attorno a un pollice perfetto. «Era un bellissimo bambino», ha detto Wang, fissandolo. «Ma è morto. Un sorriso è ancora sul suo viso. Mi chiedevo: perché avrebbe dovuto sorridere così dopo essere stato abortito e ucciso? È come se sapesse che sarebbe stato infelice essere vivo in Cina, ed era felice di averlo evitato».

Dunque, l’invito è: sforziamoci di vedere l’aborto dal punto di vista della verità delle immagini, viceversa è impossibile comprenderne veramente la gravità.  Se non vediamo le immagini di chi ne è vittima, la loro assenza dalla discussione spesso trasforma l’intero dibattito in una inutile partita semantica di urla. Ma quando le vittime mostrano i loro volti belli, terribili e insanguinati, allora tutto cambia.

Alessandra Barbato

LEGGI ANCHE: Colombia, la Corte Costituzionale dice no alla depenalizzazione dell’aborto.

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