Aborto in Italia: cosa prevede la legge 194?

di Gina Lo Piparo

L’aborto, in Italia, continua ad essere tema di dibattito, soprattutto in relazione all’alta percentuale di obiettori di coscienza presenti nel nostro Paese: secondo il Ministero della Salute sarebbero il 70% dei ginecologi che operano in ospedali pubblici o in strutture convenzionate.

Le recenti rilevazioni Istat hanno mostrato che il tasso di interruzioni volontarie di gravidanza è in calo, secondo un trend che va dagli anni Ottanta ad oggi ma cosa stabilisce la legge italiana in materia di aborto?

Il testo di riferimento è la legge 194 del 22 maggio 1978, ottenuta dopo notevoli lotte da parte della sinistra radicale e confermata nel 1981 attraverso referendum.

Prima, gli articoli 545 e seguenti del Codice Penale consideravano l’interruzione volontaria di gravidanza un reato soggetto a pene di diversa entità: reclusione da sette a dodici anni qualora si causasse l’aborto di una donna non consenziente o minore di 14 anni; da due a cinque anni, sia per la donna incinta che per l’esecutore della pratica, qualora questa fosse stata ricercata dalla donna stessa; da uno a quattro anni per un aborto appositamente procurato; da sei mesi a due anni per l’istigazione alla procedura.

Il testo della legge 194 recita:

«Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

L’art. 2, quindi, illustra le attività dei consultori, finalizzati a informare la donna in gravidanza dei diritti cui ha accesso e a fornire aiuto in caso vi siano particolari complessità, anche al fine di superare le motivazioni per un eventuale aborto.

L’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) può essere praticata entro i primi novanta giorni di gestazione, previa dichiarazione della madre che affermi di ritenere che la gravidanza e la maternità possano costituire un pericolo per la propria salute fisica o psichica, magari per via delle proprie condizioni di salute o economiche, per le dinamiche legate al concepimento, per fattori sociali o familiari, per malformazioni del concepito.

Superato il primo trimestre, l’interruzione della gravidanza è ammessa solo nel caso in cui sia medicalmente accertato un grave rischio, psichico o fisico, per la donna, ad esempio a causa di patologie da lei presentate o di anomalie genetiche e malformazioni del concepito.

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Un limite cronologico entro cui l’aborto terapeutico non possa più essere attuato non è rigidamente stabilito, ma la legge prescrive che qualora il feto sia in grado di sopravvivere fuori dall’utero (attorno alle 22-24 settimane), il medico ha il dovere di fare quanto in suo potere per permetterne la sopravvivenza.

Dunque, per evitare il rischio di gravi danni neonatali, si tende a non procedere con l’interruzione oltre la 22-24 settimana, pur considerando la compatibilità della patologia fetale con le possibilità di vita autonoma. Se una diagnosi infausta dovesse giungere dopo questo limite di tempo, si può procedere col “fetal demise”, ossia la soppressione del feto in utero (feticidio); i centri che lo praticano sono pochi in Italia e spesso ci si rivolge a strutture site all’estero.

Il padre del concepito non ha alcun diritto nella scelta di ricorrere all’IVG, come sancito dall’art. 5. Viene chiamato in causa solamente come figura accompagnante la donna presso un consultorio o una struttura sanitaria, solo ed esclusivamente previo consenso della stessa.

Per le minori e le donne interdette è previsto l’obbligo di esibire un’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per potersi avvalere della pratica: l’art. 12 è dedicato alla tutela di situazioni così controverse e prescrive che nel primo trimestre, in presenza di ragioni che impediscano o sconsiglino la consultazione degli esercenti la potestà o la tutela, oppure questi rifiutino il loro assenso o esprimano pareri difformi, il consultorio / la struttura socio-sanitaria / il medico di fiducia rimetta al giudice tutelare una richiesta con una relazione recante il proprio parere. Sarà il giudice tutelare, sentita la volontà della donna e tenendo conto della relazione medica, a decidere se autorizzarla all’interruzione.

Il medico che esegue l’intervento è tenuto a dare tutte le informazioni sulla regolazione delle nascite alla paziente, che a sua volta ha diritto all’anonimato. Tale prerogativa vale anche per chi decide di portare a termine una gravidanza e lasciare il bambino all’ospedale per una successiva adozione.

La legge 194 sancisce il diritto per il ginecologo di avvalersi dell’obiezione di coscienza, qualora l’intervento non sia «indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo». Si tratta di un punto spinoso, giacché secondo un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica il diritto all’obiezione potrebbe essere allargato anche alla prescrizione dei contraccettivi di emergenza.

Dal 2009 in Italia è possibile far ricorso anche all’aborto farmacologico, che non prevede alcun uso di chirurgia bensì l’assunzione, entro i primi 49 giorni di amenorrea, di RU486, un antiprogestinico di sintesi utilizzato come farmaco, in associazione con una prostaglandina. Il limite predisposto dalla legge italiana è più restrittivo rispetto a quanto stabilito da altri Paesi europei, nei quali si può ricorrere alla pillola abortiva fino ai 63 giorni di amenorrea.

Un’altra differenza sta nel fatto che, dovendosi assumere due farmaci l’uno a 48 ore dall’altro, in Italia viene stabilito un ricovero ordinario di almeno tre giorni, fino a che la procedura non sia completata; altri Paesi prevedono invece un regime ambulatoriale o addirittura a domicilio. Questo probabilmente è all’origine del minore ricorso, nel nostro Paese, alla RU486 rispetto alle pratiche chirurgiche.

Gina Lo Piparo

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