Cronaca

A Bari c’è il ‘Palazzo della morte’: 21 casi di tumore tra i condomini

A Bari, nel quartiere di Japigia, in via Archimede 21, c’è il cosiddetto ‘Palazzo della morte’, chiamato così perché in uno stesso condominio sono stati diagnosticati 21 casi di tumore in 30 anni.

La Procura del capoluogo pugliese aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta ma il Gip ha respinto la richiesta e disposto nuove indagini dopo il ricorso presentato dalle famiglie degli inquillini morti o ammalati, assistite dall’avvocato Michele Laforgia.

Ora, secondo la Procura erano trascorsi troppi anni per perseguire penalmente i presunti responsabili, sindaci e direttori Amiu di Bari del ventennio dal 1962 al 1988.

Il gip, Valeria La Battaglia, ha invece ritenuto che «le investigazioni suppletive indicate dagli opponenti siano indubbiamente pertinenti e necessarie rispetto all’accertamento dei fatti» relativi al reato di morte e lesioni come conseguenza di altro reato.

Per il giudice, il reato «non può considerarsi allo stato prescritto» perché «è da individuarsi nell’epoca dell’insorgenza della malattia o di verificazione dell’evento morte», facendo così risalire l’epoca delle condotte illecite «dall’inizio degli anni ’90 al momento attuale».

L’avvocato Laforgia ha commentato così: «Il Giudice ha confermato che le malattie neoplastiche e le morti degli inquilini di via Archimede non sono frutto del caso, o di un destino avverso ma di responsabilità ben precise. Per anni, decine di persone sono state esposte alle diossine provenienti dalla combustione incontrollata dei rifiuti ammassati nella discarica comunale, perché si sono costruiti alloggi popolari a poca distanza e nessuno si è preoccupato di bonificare l’area. Chi è sopravvissuto ha diritto a conoscere la verità e ad avere giustizia»

Il gip ha fissato il termine di 3 mesi per «le ulteriori indagini» che dovranno riguardare «la compiuta identificazione dei responsabili della realizzazione e della occupazione dell’immobile in via Archimede 16, avvenuta in una zona ad alto rischio ambientale e nel difetto del relativo certificato di abitabilità, nonché dei responsabili della vigilanza e della gestione della discarica all’epoca degli incendi all’origine delle emissioni nocive sino alla data di completamento delle opere di recupero».

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