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La morte è una cosa seria e non uno spettacolo mondano

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La morte è una cosa seria e non uno spettacolo mondano

Diego Torre

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venerdì 09 Luglio 2021 - 09:33
La morte è una cosa seria e non uno spettacolo mondano

Succede che i personaggi noti, quelli dello spettacolo muoiano. Anche loro. E allora giù con le lodi sulla loro eccellenza artistica ed i loro aspetti buonisti e filantropici. Tutti (o quasi) a beatificarli.

E’ successo ora a Raffaella Carrà, in età non avanzatissima (ma neanche giovanissima) ed il mondo riscopre la morte, quella verità ovvia e grandiosa che corona inesorabilmente la vita di tutti. Fra le tante verità e banalità da spettacolo sul personaggio si legge pure che “continuerà a farci ballare da lassù” (?). Ma è presumibile che abbia impegni più seri.

Certamente della Carrà non possiamo che apprezzare volontà, capacità e professionalità nel lavoro, ma anche l’amore per i tanti bimbi adottati. Avremmo però da ridire sulla spinta data da lei negli anni al pansessualismo paesano, per la quale l’anno scorso il britannico The Guardian la magnificava ”icona culturale che ha insegnato all’Europa le gioie del sesso”. Ancor meno ci piace il suo sostegno alle cause LGBT o quel SATANA cantato in Rai che così recita: «Satana, volgarità, Satana, fatalità / Portami all’inferno, Pago per amore, lascio tutto e vengo via con te/ Magica divinità, Brivido di libertà, anima senza pietà, lasciami per carità!».

Ma tutto questo appartiene al suo passato, perché “perché passa la scena di questo mondo” (Cor 7,31)! Dovremmo ricordarlo tutti; ogni giorno. “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mt 16,26)

Oggi questa donna è dinnanzi a Dio onnipotente. Lo stesso è stato per chi ci è passato prima di lei e lo stesso sarà per noi ed altri miliardi di persone.
Quando nel 1916 morì a 86 anni, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe (e anche allora rimasero sorpresi), un milione di sudditi (ed eravamo in piena guerra mondiale) parteciparono in silenzio al suo funerale. Il sarcofago venne deposto nella cripta dei Cappuccini, la Kaisergruft, dal 1633 principale luogo di sepoltura degli Imperatori, dopo un rituale dialogo in latino tra il frate priore ed il ciambellano imperiale. Secondo il protocollo, la richiesta di ingresso veniva più volte rifiutata all’imperatore ma veniva infine concessa al “povero e miserabile peccatore”. Soltanto dopo questa veritiera dichiarazione di umiltà da parte del ciambellano si poteva procedere alla deposizione. E tutti lo trovavano abbastanza normale.

Si conosceva allora il significato e la dignità della morte, il momento del grande transito che fa svanire ogni vanità umana! Quella che con brutale schiettezza ci ricordava Totò nella sua A’livella: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” Possa questo occidente frivolo e consumista ritrovare il valore della morte! Ritroverebbe contemporaneamente il senso della vita.

Diego Torre

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