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Incinta, società sportiva chiede i danni: il caso della pallavolista Lara Lugli

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Incinta, società sportiva chiede i danni: il caso della pallavolista Lara Lugli

mercoledì 10 Marzo 2021 - 11:34
Incinta, società sportiva chiede i danni: il caso della pallavolista Lara Lugli

Rimane incinta e la società per la quale gioca risolve il contratto. Quando richiede il pagamento dell’ultimo mese di lavoro, la stessa società la cita per danni. L’incredibile storia portata alla luce dalla pallavolista Lara Lugli non può non lasciare sgomenti, specie se si pensa ai bei discorsi di soli due giorni fa per la Giornata Internazionale della Donna.

Il caso ha avuto vasta risonanza. La problematica sollevata, d’altronde, non riguarda solo il mondo dello sport ma, in generale, il panorama lavorativo italiano. Un tasto dolente che nel 2021 non dovrebbe essere tale.

Lara Lugli: “Citata per danni perché incinta”

Nel 2018-2019 Lara Lugli, 38 anni, gioca in B-1 con il Volley Pordenone. Il 10 marzo comunica alla società di essere incinta e il contratto viene risolto. Purtroppo, un aborto spontaneo mette fine alla gravidanza. L’atleta comunica anche questo alla società. “C’erano buoni rapporti, mi sembrava giusto”, racconta.

Intanto, lo stipendio di febbraio, mese in cui Lara aveva giocato regolarmente, non arriva. Dopo i primi solleciti, l’atleta procede con un’ingiunzione di pagamento.

La società, per tutta risposta, si oppone citandola per danni. “Il nostro avvocato Donatella Manzon ha mandato l’opposizione all’ingiunzione di pagamento dopo aver parlato con l’avvocato dell’atleta – ha commentato il presidente Franco Rossato alla Gazzetta dello Sport -. Dopo la defezione di Lara noi abbiamo perso lo sponsor a causa dei risultati deludenti e dopo un anno come è stato questo a causa del Covid risorse economiche non ce ne sono”.

Insomma, la gravidanza di Lara avrebbe pregiudicato il campionato. I punti salienti della citazione per danni sottolineano che Lara Lugli avrebbe “taciuto al momento della trattativa contrattuale la sua intenzione di avere dei figli” e che avrebbe puntato “ad un ingaggio sproporzionato “vendendo” la sua età e la sua esperienza”. Il danno è rimarcato “tanto più che la sig.ra Lugli avrebbe potuto rientrare e completare gli ultimi due mesi di campionato anche dalla panchina”.

Tuttavia, è lo stesso presidente Rossato che poi ammette di non aver chiesto all’atleta di tornare in campo.

Rossato: “Risoluzione per maternità tra le clausole del contratto”

L’ondata di polemiche ha spinto la società sportiva a difendersi. Rossato sottolinea che la citazione per danni è stata avanzata solamente in risposta all’ingiuzione di pagamento da parte dell’atleta. Un atto di difesa per “un rimborso non dovuto”.

La risoluzione del contratto per gravidanza, inoltre, era tra le clausole. “All’epoca abbiamo salutato con grande gioia la maternità. Secondo quanto era scritto nel contratto, proposto dal suo agente, in caso di interruzione anticipata si sarebbero attivate clausole penalizzanti per l’atleta. Di fronte alla maternità ci siamo limitati a interrompere consensualmente il rapporto mantenendoci in costante contatto con la giocatrice anche nel doloroso momento che ha affrontato poche settimane dopo”.

Rossato prosegue: “Solo quando ci è arrivata l’ingiunzione di pagamento ci siamo opposti e abbiamo attivato le clausole del contratto”.

Incinta, società sportiva chiede i danni

Tuttavia, Lara Lugli ha chiesto di esser pagata per il mese di febbraio in cui aveva regolarmente lavorato. Inoltre, sarà anche legale, ma non è vagamente vergognoso che le clausole di un contratto lavorativo prevedano la cessazione dello stesso in caso di gravidanza? Altro che tutela della donna, altro che sostegno alla maternità! Un figlio diventa squalificante per una lavoratrice, che viene scaricata dall’oggi al domani senza alcuna tutela o garanzia.

“Non pensavo di suscitare questa ondata di reazioni – ha dichiarato Lara Lugli -. Quando mi è stata notificata la citazione ci ho pensato qualche giorno prima di pubblicare tutto ma alla fine mi sono detta che è una cosa su cui non potevo passare sopra anche per le tante ragazze che giocano ancora e che spesso rinunciano a reagire”. La schiacciatrice ha al momento disattivato i canali social dai quali aveva raccontato quanto accadutole.

Assist: “Scandalo culturale del nostro Paese”

Intanto, Assist (Associazione Nazionale Atlete) ha annunciato che scriverà al presidente Mario Draghi e al presidente del Coni Giovanni Malagò.

“Questo caso è emblematico perché l’iniquità della condizione femminile nel lavoro sportivo è talmente interiorizzata che non solo la si ritiene disciplinabile, nero su bianco, in clausole di un contratto visibilmente nulle, ma addirittura coercibile in un giudizio, sottoponendola a un magistrato, che secondo la visione del datore di lavoro sportivo, dovrebbe condividere tale iniquità come fosse cosa ovvia“.

“In questa spregiudicata iniziativa si annida il vero scandalo culturale del nostro Paese, che è giunto al punto da obnubilare la coscienza dei datori di lavoro sportivi, fino a dimenticare cosa siano i diritti fondamentali delle persone“.

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