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Lettera aperta di un imprenditore italiano: “Ecco perchè non obbligherò i miei dipendenti a fare il vaccino”

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Lettera aperta di un imprenditore italiano: “Ecco perchè non obbligherò i miei dipendenti a fare il vaccino”

giovedì 04 Marzo 2021 - 22:33
Lettera aperta di un imprenditore italiano: “Ecco perchè non obbligherò i miei dipendenti a fare il vaccino”

Ilias ha 37 anni e insieme a Luca è a capo della Mixology Academy, la più grande accademia professionale per bartender in Europa. Da 2020 vive in Costa Rica, dove continua a svolgere la sua professione, gestendo le due sedi a Roma e a Milano. In una lettera inviata alla nostra redazione, Ilias spiega la sua posizione riguardo ai vaccini, specificando di essere contrario al passaporto vaccinale. Riportiamo il testo completo della testimonianza di uno dei tanti imprenditori italiani del settore Horeca, messo in ginocchio dalla crisi economica causata dalla pandemia e dalla sua gestione.

La lettera aperta di un imprenditore italiano: “Ecco perchè non obbligherò i miei dipendenti a vaccinarsi”

“Non obbligherò mai i miei dipendenti a vaccinarsi né richiederò alcun tipo di passaporto vaccinale ai clienti delle mie aziende per una malattia
che secondo l’OMS causa una mortalità dello 0,7%.”

“Vivo da oltre un anno in Costa Rica, un luogo in cui il Covid è solo una delle tante cose che possono accadere alle persone, e di certo non la più grave. Questo significa che la mattina posso prendere la mia tavola da surf, godermi la spiaggia e l’oceano, oppure fare sport in una palestra.
A parte un lockdown ad inizio pandemia, quando ancora non si sapeva bene con che cosa avessimo a che fare, il Costa Rica è sempre stato aperto, limitando ma lasciando le persone libere di lavorare e di vivere. Ormai da Novembre 2020 anche il turismo è ripartito e la verità è che qui ci si dimentica del Covid, ma non per negligenza: i neanche 400 posti per le terapie intensive dedicate ai pazienti Covid sono occupati meno del 50% in pianta stabile e questo basta ad evitare di sacrificare la vita di un intero Paese in nome di un’emergenza che non viene percepita come tale.
E allora mi chiedo come mai in Italia, dove ho le mie aziende e che seguo quotidianamente, seppur a distanza, con meno del 30% delle terapie intensive occupate non si ha nemmeno il diritto di svolgere il proprio lavoro per non morire di fame?

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