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Transgender: padre vuole bloccare la terapia ormonale per il figlio ma per i giudici è "violenza familiare"

Lilia Ricca

Transgender: padre vuole bloccare la terapia ormonale per il figlio ma per i giudici è "violenza familiare"

giovedì 26 Settembre 2019 - 12:14
Transgender: padre vuole bloccare la terapia ormonale per il figlio ma per i giudici è "violenza familiare"

In Canada il caso di un 14enne arriva alla Corte Suprema e sta facendo molto discutere.

In Canada il caso di un 14enne arriva alla Corte Suprema e sta facendo molto discutere.

L’opposizione di un padre alla ricerca della terapia con testosterone del figlio viene considerata un atto di violenza. Per una persona transgender avere il rifiuto del mondo nell’accettare l’identità di genere è il danno più profondo.
La Corte d’Appello e la Corte Suprema della Columbia Britannica canadese si sono pronunciate sul caso di un ragazzo transgender di 14 anni apparso poche settimane fa a Vancouver.
Il 14enne s’identifica come maschio dall’età di 11 anni. Nel 2018 il giovane è stato inviato da uno psicologo all’Ospedale Pediatrico della B.C. per curare la sua disforia di genere. La clinica ha scoperto che era nel migliore interesse del ragazzo procedere con una terapia ormonale per aiutarlo a passare da un corpo femminile a uno maschile. Una proposta che ha ottenuto subito il consenso del bambino e della madre.
Il padre si reca in tribunale per cercare di bloccare il trattamento ma nel febbraio di quest’anno il giudice della Corte Suprema Gregory Bowden stabilisce ‘il diritto esclusivo’ del bambino di acconsentire al trattamento. Bowden continua dichiarando che il bambino deve essere identificato anche con l’utilizzo di pronomi maschili e che ogni tentativo di persuaderlo ad abbandonare il trattamento, o dei possibili riferimenti a pronomi femminili «deve essere considerato come violenza familiare».
Nel mese di aprile di quest’anno, la giudice della Corte Suprema Francesca Marzari è andata oltre emettendo un ordine di protezione che impedisse al padre di discutere pubblicamente sul caso, dopo aver scoperto che le interviste rilasciate ai media conservatori avevano potenzialmente esposto il figlio a casi di violenza e molestie.
Il padre presenta ricorso, in quanto il tribunale inferiore aveva emesso una «corsa al giudizio» senza considerare tutte le opinioni scientifiche su tali trattamenti, secondo cui una persona dell’età di suo figlio non è in grado di apprezzare le potenziali conseguenze di un «trattamento ancora sperimentale», e che un ordine che gli impedisse di parlare pubblicamente dell’identità di genere di suo figlio fosse una violazione alla sua libertà di espressione.
«A causa di quel comportamento dannoso, la Corte inferiore ha avuto ragione a porre restrizioni alla capacità del padre di parlare del caso», sostiene l’avvocato del bambino, Barbara Findlay. Una settimana prima, lo stesso legale, di fronte alla Corte legge la dichiarazione del bambino in cui vengono descritte le lotte subite, che recita così: «È davvero difficile spiegare a chiunque non sia transgender quanto sia terribile avere un corpo che non corrisponda al tuo genere. A volte mi sento come se volessi strapparmi la pelle». «Da quando ha iniziato a prendere trattamenti ormonali all’inizio di quest’anno, combatte con la depressione ma si sente molto più a suo agio nel suo corpo», ha sentito la corte. «Quando mi guardo allo specchio vedo me stesso. È così straordinario sentirsi normale», continua il ragazzo.
«Per una persona transgender subire il rifiuto del mondo nell’accettare l’identità di genere che dici di avere è il danno più profondo perché è una negazione della tua identità umana», dichiara il legale del ragazzo.
Ma in che modo vengono considerati validi i diritti di un genitore sulla vita del proprio figlio? «I diritti di espressione del papà finiscono nel punto in cui danneggiano il bambino. Il padre rifiuta di riconoscere suo figlio con il nome da lui scelto o di riconoscere la sua identità di genere. Il padre ha suggerito che il figlio è delirante e vittima delle agende e del lavaggio cerebrale degli attivisti sessuali», dichiara l’avvocato Findlay.
Una complessa controversia familiare che affronta temi di autonomia infantile, diritti dei genitori e libertà di espressione. «Quando la clinica di genere ha interrotto la procedura di trattamento nella speranza di far salire a bordo il padre; il padre, nonostante i vari tentativi, ha sistematicamente rifiutato di avviare un dialogo. Il padre del ragazzo pensa che il transgender sia una cosa di essenzialmente inumano», continua il legale.
Quando il membro della Corte D’Appello, Barbara Fisher, si è chiesta se le azioni del padre soddisfacessero la definizione di violenza familiare, Findlay ha risposto che l’insistenza del padre sul fatto che suo figlio fosse qualcuno che in realtà non era, definiva un chiaro tentativo di coercizione e di intimidazione. Un altro membro della Corte, il giudice Harvey Groberman, ha chiesto se i tribunali avessero qualche decisione da prendere in merito alle cure mediche, quando la responsabilità di valutare i migliori interessi di un paziente ricada direttamente sugli operatori sanitari. Ma Findlay ha affermato che nel caso, fosse bastato che il bambino avrebbe detto ai tribunali: «Ho bisogno del vostro aiuto».
Jessica Lithwick, l’avvocato che rappresenta la madre, che sostiene la transizione di genere del figlio, ha detto che la madre ha tenuto la mano del ragazzo durante l’intero processo, a differenza del padre, che ha portato avanti il contenzioso ‘in collaborazione’ con un gruppo di attivisti conservatori, ‘Cultura Guardia’, da cui il bambino è stato profondamente turbato.
Ma Groberman ha anche espresso se le restrizioni al discorso del padre fossero eccessivamente ampie, osservando che c’erano state decisioni di incitamento all’odio che non proibivano necessariamente a una persona di esprimere le proprie convinzioni.
Il padre, ha affermato Lithwick, ha ripetutamente mostrato una “scioccante mancanza di discrezione e considerazione nei confronti del bambino”. Lithwick ha citato un estratto di una dichiarazione del bambino, in cui è stato detto: «Non voglio davvero vedere mio padre in questo momento perché vuole solo molestarmi sull’essere trans». Di certo, è la posizione di Lithwick sul fatto che «Il bambino è in difficoltà a causa della discrepanza tra il suo corpo e chi è veramente». Anche se una parte di questa difficoltà è legata al modo in cui il mondo lo riceve, «e suo padre è una grande parte di quel mondo», dichiara ancora la Corte.

Lilia Ricca

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